Alberto Caviglia incontra la giuria giovani al Fiuggi Film Festival

Caviglia FFF2016

Sarcastico, surreale, dissacrante, ironico e ricco di spunti, il film di Alberto Caviglia Pecore in erba ha ricevuto ieri sera grandi applausi da parte del pubblico e della giuria giovani del al Fiuggi Film Festival. Al termine della proiezione il regista si è intrattenuto in una divertente e stimolante conversazione con gli spettatori. “L’idea era quella di trattare il tema dell’antisemitismo in una chiave inconsueta e mi sembrava che il genere del mockumentary si prestasse bene; in realtà alla fine ho capito per quale motivo nessuno l’avesse mai fatto prima e posso dire che l’ISIS era solo il quarto nella lista dei soggetti di cui ho cominciato temere le minacce” ha raccontato simpaticamente Caviglia.

Questa mattina nel primo Meet & Greet della giornata Alberto Caviglia ha incontrato i ragazzi della giuria giovani del Festival che hanno accolto il regista in sala con grande calore e interesse.

Qual è stato il tuo percorso per arrivare firmare la regia di un film?

Sono sempre stato un appassionato di cinema ma credevo così poco al fatto che potesse diventare una professione che dopo il liceo mi sono iscritto alla facoltà di Economia e Commercio, poi sono passato al DAMS, ma la vera svolta è stata la proposta di diventare assistente alla regia, perché la teoria è fondamentale, ma quella la si può recuperare anche da soli, ciò che conta molto è l’esperienza sul campo, che in Italia manca. Il lavoro di assistente di regia è più che altro logistico, tecnico, si tratta di un’esperienza più organizzativa, legata alla produzione, ma va bene all’inizio ed è fantastico stare sul set. Grazie a questo ho capito che per sperare di fare un film dovevo scrivere una sceneggiatura e così per un lungo periodo ho dato la priorità alla scrittura. Dopo un po’ sono riuscito a realizzarne una e ho iniziato a bussare a tutte le porte dei produttori anche all’estero, ma il progetto richiedeva un budget troppo alto. Nel frattempo in modo del tutto inaspettato ho avuto l’idea di Pecore in erba. Inizialmente lo avevo pensato come corto e invece la produzione mi ha proposto di farne un lungometraggio. Nel mio caso ha contato molto il caso e la fortuna, ma prima mi sono beccato tanti silenzi dai produttori. Ci vuole pazienza e testardaggine. Un produttore produce un film perché dietro ci vede qualcosa che la gente abbia voglia di andare a vedere. Pecore in erba è un film assolutamente fuori dagli schemi e dopo averlo fatto ho iniziato a ragionare mettendomi nei panni del pubblico che lo andrà a vedere. Non ha senso fare un film per noi stessi, un film si realizza perché il pubblico ci si possa rispecchiare”.

Il tuo film è ricchissimo di spunti e citazioni cinematografiche, quali sono le tue preferenze?

Sono onnivoro di cinema, al liceo mi facevo delle chiuse con tutti i tipi di registi e generi, mi interessava di tutto. Non avrei mai pensato però di fare un film di satira, nonostante nel film li citi spesso e mi piaccia. Sacha Baron Cohen è sicuramente tra i miei modelli, riesce a raggiungere dei livelli altissimi, inarrivabili direi, di lui apprezzo molto la capacità di riuscire a dissacrare ogni tema. Pecore in erba però è un film nato da solo, lontano da quello che credevo fosse nelle mie corde e nella mia sensibilità, è un frullatore di tanti registri comici, ovviamente già esistenti, perché nessuno può inventarsi davvero qualcosa di nuovo soprattutto per quanto riguarda questo genere.

Pecore in erba è davvero un film assolutamente originale e inconsueto, geniale, goliardico ma con un forte messaggio: qual è stata la sua la genesi?

“Un progetto meno classico di Pecore in erba è impensabile. È un film che prova ad affrontare l’antisemitismo in chiave satirica. La sceneggiatura è venuta fuori in modo strano, ho collaborato con due teste diversissime che mi hanno dato i loro punti di visti particolari, ma è stato un lavoro venuto fuori di getto in modo molto divertente. È un film contro gli estremismi, presuppone apertura mentale e la capacità di mettere in discussione le proprie posizioni. Volevo trattare di due temi in modo particolare: antisemitismo e pregiudizio in senso lato; mi interessava riflettere da dove nascono e cosa porta l’uomo a discriminare e odiare l’altro. Ma il film è anche una critica al mondo mediatico, volevo far riflettere sul mondo dell’informazione a cui spesso siamo abituati a credere in modo quasi indiscriminato senza filtri e per farlo il genere del mockumentary è perfetto perché mette bene in evidenza l’assurdità di certe situazioni: un teatrino che cambia nel contenuto ma nella forma resta sempre uguale a se stesso. Nel contempo cercavo di creare situazioni che avrebbero divertito, ho voluto dare un senso di spaesamento che portasse alla riflessione. Mi diverte aver parlato di antisemitismo ma con ironia, anche se si rischia di percepire una certa confusione tra realtà e finzione”.

Una finzione resa in modo talmente realistico che, nonostante gli evidenti aspetti surreali e l’assurdità della storia, tra gli spettatori del Festival c’è stato chi ha creduto che Alberto Caviglia si fosse cimentato in un vero documentario sulla vita di un personaggio reale.

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Vania Amitrano

Vania Amitrano

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Laureata in Lettere, amante dell’arte, dello spettacolo e delle scienze umane. Ha insegnato nella scuola pubblica e privata; da anni scrive ed esplora con passione le sconfinate possibilità della comunicazione nel web.