Simone Isola incontra i giovani giurati del FFF2016

Simone isola

Simone Isola, produttore di Non essere cattivo per Kimerafilm e membro della giuria ufficiale del concorso, svela ai membri della giuria giovani del Fiuggi Film Festival i retroscena e i segreti del suoi mestiere. Dopo aver presieduto alla cerimonia di apertura del Festival con l’intitolazione della sala del Teatro comunale di Fiuggi al regista Claudio Caligari, scomparso a maggio dello scorso anno, Isola apre la serie di incontri Meet & Greet con numerosi ospiti in programma per tutta la durata della manifestazione.

Molti vedono la figura del produttore come una sorta di mecenate dell’arte cinematografica, puoi raccontarci se è davvero così?

“Un produttore non è un mecenate del cinema, fossi un mecenate sarei molto più contento perché vorrebbe dire che avrei molto più soldi. Il produttore è colui che avvia un processo cinematografico, sostanzialmente acquisisce i diritti di sfruttamento di un’idea, un soggetto. Rispetto al passato oggi un produttore indipendente ha il grosso problema di riuscire a capire come poter finanziare un film. Per questo è indispensabile trovare partner televisivi che possano poi sfruttare quello ciò che viene prodotto”

Tuttavia nel tuo mestiere conta una buona dose di follia ogni volta che si intraprende un nuovo progetto, è vero?

“Nel caso di Non essere cattivo la follia stava nell’impossibilità di poter pianificare il lavoro, le cose sono capitate. Io amavo i film di Caligari; nel 2014 Mastandrea venne nel mio ufficio e mi propose di fare un film con lui, mi mostrò la sceneggiatura e, quando gli dissi che mi piaceva, Valerio mi avvisò subito che però Claudio stava molto male. Così nel giro di 6 mesi abbiamo messo su un film. In questa follia siamo stati premiati dalla forza d’animo di Caligari e di tutti i collaboratori, Claudio è riuscito ad arrivare fino al primo montato e quando è scomparso il film c’era già tutto. Il regista ha montato fino a due giorni prima di morire, solo allora si è lasciato andare. Quando mi dicono che è stato un grande esempio, io penso: -Ma che esempio! Io ho visto la qualità del lavoro di tante persone-. Il cinema non lo può fare una persona sola. Il cinema è un lavoro di relazione tra persone: se le relazioni funzionano il film funziona, se ci sono problemi di relazioni anche il film avrà problemi”.

Che tipo di produttore sei sul set ?

“Io sono abbastanza rompiscatole fino al momento dell’inizio delle riprese, ma poi ritengo che sia il regista a dover prendere le decisioni, il produttore non ci capisce niente. Il mio impegno, soprattutto in Non essere cattivo, è stato quello di mettere tutti nelle condizioni di fare il proprio lavoro al meglio. Io sono andato sul set poche volte, ma ogni volta trovavo Claudio molto attento e meticoloso, una volta mi disse: -Sta venendo fuori una cosa al di sopra delle mie aspettative-. Si era creata una situazione per lui ideale per esprimersi. E alla fine del film c’era solo da commuoversi”.

La presenza di Valerio Mastandrea e soprattutto l’affetto che lo legava a Caludio Caligari sono state determinanti per portare a compimento questo progetto. Puoi raccontarci del suo ruolo?

“Valerio ha seguito Claudio in ogni fase della realizzazione del film con grande spirito di sacrificio, cosa assai rara in questo ambiente. Per stare vicino al suo amico ha scelto dedicarsi nell’arco di un anno ad un solo altro progetto cinematografico, Perfetti sconosciuti. Ad esempio Claudio non poteva parlare molto e Valerio ha spesso fatto da tramite tra lui le e le maestranze”.

Alessandro Borghi e Luca Marinelli sono stati una vera rivelazione in questo film, quando sono stati scelti immaginavate che sarebbero stati così adatti ai ruoli che hanno interpretato e che avrebbero ottenuto il successo che hanno avuto?

“Borghi non lo conoscevo personalmente, frequentavamo alcuni amici comuni, Marinelli non lo conoscevo affatto. Al primo colpo non li immaginavo per quei ruoli ma poi mi hanno stupito, sono stati straordinari. Valerio ha avuto un ruolo importante anche nel casting ma la scelta di invertire i ruoli dei due personaggi inizialmente interpretati da Luca e Alessandro è stata di Claudio e ora non riuscirei ad immaginarli diversamente. Borghi e Marinelli sono molto attaccati al film perché anche per loro è stata un’occasione unica. L’idea bellissima del film è che i protagonisti, Vittorio e Cesare, sono fratelli anche senza esserlo di sangue, Cesare in realtà è un ribelle e lo fa con grande consapevolezza: sa che andrà a finire male”.

Per realizzare un film bisogna necessariamente scendere a compromessi con diverse situazioni, come gestisci tu i vari aspetti della produzione?

“Nel nostro lavoro è tutto un compromesso continuo e quando hai un’idea precisa di ciò che vuoi fare si trova una grande difficoltà ad esprimerti. Ognuno partecipa alla realizzazione di un film con interessi diversi, la difficoltà sta nel conciliarli tutti. In Non essere cattivo siamo riusciti a mettere insieme Rai e Mesdiaset in collaborazione e il merito è tutto del mio socio, ha impiegato 2 mesi per le trattative. Abbiamo dovuto cedere dei diritti importanti e con le prevendite ho finanziato il film, ma il rischio se lo assume sempre tutto il produttore non il finanziatore. Una grossa scossa l’ha anche data la lettera di Mastandrea a Scorsese. Una sera quando eravamo tutti al ristorante Pommidoro, dove io avevo conosciuto Caligari, Valerio ha annunciato che avrebbe scritto una lettera a Martino -così amava chiamarlo Claudio-, noi pensavamo scherzasse e invece la mattina dopo sul Messaggero ho visto la lettera. Scorsese non ci ha mai risposto ma si è avviata una sorta di colletta che ha dato i suoi frutti. Quando si parte con un film è un’avventura e non sai dove ti potrà portare ma questo episodio mi ha aiutato a capire con chi stavo avendo a che fare: professionisti di grande valore”.

Non essere cattivo è uscito in contemporanea alla 72. Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale, quanto ha contribuito alla diffusione del film la sua partecipazione al Festival e i premi che ha ottenuto?

“Io non sono un amante dei grandi festival, li vedo lontani dal cuore del cinema. Personalmente trovo più soddisfazione in una sala come questa piena di giovani. Un film però è un po’ come un figlio e in questi festival in un’ora e mezza ci si gioca molto, ma va fatto sono un palcoscenico per presentare il proprio lavoro. A Venezia ero molto carico per la partecipazione del film di Caligari anche se fuori concorso abbiamo ottenuto diversi premi collaterali e la critica è stata quasi sempre molto favorevole. Eppure dopo la prima settimana il film andava bene nelle capozona, ma nelle province faticava. Lì ho capito che i Festival sono importanti per muovere un film ma non ne decretano il successo, ci sono una miriade di altre variabili di cui tener conto. La notizia della candidatura alla nomination come miglior film in lingua straniera per l’Italia agli Oscar invece è arrivata in modo del tutto inaspettato. A metà novembre siamo andati in America, abbiamo fatto l’iscrizione per i film candidati agli Oscar sotto indicazione di Calvesi, direttore della fotografia. Io non credevo che il film potesse davvero essere scelto come miglior candidato italiano e invece è successo. Io non sono un appassionato degli Oscar però questa candidatura alla nomination è servita tanto e per me è stata una cosa benedetta che ha aperto il film ad un pubblico un po’ più ampio: gli ha consentito di uscire da un ambito di nicchia e ha allungato incredibilmente la sua permanenza nelle sale, senza considerare le proiezioni posteriori. Anche gli incassi rispetto alla media copie si sono quasi duplicati. Tuttavia continuo a credere l’importante è che il film abbia visibilità, il premio è qualcosa in più che può aiutare, ma non è quello il fine. Fare un film è difficile basta un piccolo particolare per cambiare tutto, ma inseguire i premi è una perdita di tempo. Per le 16 nomination ai David chiaramente ero molto contento e siamo rimasti delusi nel non avere ricevuto nessun premio, ma queste sono le regole del gioco: o le accetti o non le accetti. In realtà ciò che non condivido della cerimonia di questi ultimi David di Donatello è il fatto che quella sera non sia stato ricordato Claudio, non tanto per me ma per Valerio, che per un anno della sua vita si è dedicato solo all’amico. Penso che fosse un gesto doveroso e necessario: in questo caso meglio un gesto ipocrita che il nulla”.

Che ricordo mantieni dell’esperienza di Non essere cattivo?

“Molti mi chiedono se secondo me il film sia andato bene o male, ma per me l’importante era farlo e tutto quello che è successo è successo perché il lavoro era buono. Quando siamo partiti sapevamo che non saremmo usciti in mille e cinquecento copie, quello è un altro campionato che io non gioco, a me interessa che il film possa aver un percorso dignitoso. L’obiettivo è capire in che tipo mercato ci si muove, i produttori passano le giornate a cercare di capirlo e a fare valutazioni. C’è una filiera difficile da controllare e bisogna fare un lavoro di filtro fatto di mediazioni e compromessi ma tutto parte da una valutazione personale. La cosa brutta è che il mercato italiano è molto ristretto”.

Come è nato il tuo interesse per questa professione, era quello che sognavi di fare sin dall’inizio?

“Io volevo fare il regista però al Centro Sperimentale di Cinematografia mi hanno sempre bocciato, così l’ultimo anno ho fatto domanda per entrare al corso come produttore e sono passato. Quando mi è arrivata la lettera non ero ancora convinto, ma alla fine il lavoro di relazione tra professionisti che si viene a creare in questo mestiere è stato determinante nella scelta”.

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Vania Amitrano

Vania Amitrano

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Laureata in Lettere, amante dell’arte, dello spettacolo e delle scienze umane. Ha insegnato nella scuola pubblica e privata; da anni scrive ed esplora con passione le sconfinate possibilità della comunicazione nel web.