HOW TO GET AWAY WITH MURDER – GIUSTIZIA E SUCCESSO

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Scheda Tecnica

Genera dipendenza
9/10
Contenuti
9/10
Sceneggiatura
9/10
Giudizio Tecnico
9/10
Musiche
8/10

Quattro ragazzi si ritrovano al buio, disperati. Hanno commesso il più grande errore della loro vita, hanno ucciso un uomo. Non sanno che fare, i sensi di colpa annebbiano la loro vista. Ma soprattutto, “mo che famo?”. Come se ne esce da questa situazione, possibilmente senza farsi arrestare? In altre parole, How To Get Away With Murder?

No, non ho voluto fare il figo ponendo il quesito in inglese. Semplicemente quello è il titolo della serie tv di cui oggi parliamo (in italiano Le regole del delitto perfetto, molto meno efficace).

La serie prodotta da Shonda Rhimes – oramai se non riesce a crearle si limita “semplicemente” a produrle, beata lei – prende le mosse proprio dall’incipit di cui sopra, ma con un piccolo dettaglio: l’incipit è solamente un flashforward.

Ciò significa che l’omicidio da parte dei quattro ragazzi rappresenta sì la trama centrale, ma ci viene mostrato solo come anticipazione del futuro, come porzione minore del narrato. Il resto dell’episodio è ambientato nel presente, ovvero tre mesi prima dell’omicidio, quando i quattro assassini altri non erano che semplici studenti di Legge ed assistenti di uno degli avvocati penalisti più apprezzati di Philadelphia: Annalise Keating. Questo meccanismo, ovviamente, non riguarda solo il primo episodio: le due linee temporali procedono l’una indipendente dall’altra, laddove però la linea del futuro non necessariamente va avanti nel tempo, ma può limitarsi a volte ad approfondire l’episodio dell’omicidio. Il punto d’incontro avverrà proprio quando anche la linea temporale del presente approderà al momento dell’omicidio. Fino ad allora, gli episodi si sviluppano approfondendo la trama orizzontale e proponendo ogni volta singoli casi che la Keating e i suoi assistenti sono chiamati a trattare.

Mi dilungo così tanto a spiegare l’intreccio perché proprio esso è il fulcro del potere d’attrazione che ha la serie: i continui ribaltamenti di prospettiva (dei personaggi e temporali), i colpi di scena e il ritmo serrato con cui vengono risolti gli episodi generano una dipendenza che ha pochi paragoni nel panorama televisivo.

Ma può bastare un intreccio narrativo ben congegnato, un ritmo serrato o più in generale un’ottima sceneggiatura a garantire a fidelizzazione del pubblico?

La risposta è Si. E No.

Si perché ormai da tempo si è capito che il gioco di salti temporali e i colpi di scena, applicati ad una narrazione seriale, favoriscono il desiderio d’attesa dello spettatore, a patto che siano ben scritti e strutturati. Sapere che nel futuro accadrà qualcosa di sconvolgente, e magari saperlo una chiusura inaspettata che genera suspense, spinge il pubblico a porsi quelle domande fondamentali per la riuscita di una serie: Cosa succederà al prossimo episodio? Scoprirò finalmente la verità? In che modo si arriverà a quello che già mi hanno anticipato?

La parte relativa al no riguarda invece una considerazione forse banale, ma non scontata, da fare sulle serie tv. La sceneggiatura è un aspetto fondamentale del mondo seriale, ma se non è inserita in una struttura più ampia, ben orchestrata e altrettanto solida da sola non basta. Di questa struttura fa parte il cast, la messa in scena, le musiche e una serie di valori/emozioni che si vogliono indagare.

Proprio l’ultimo punto è l’elemento di forza delle serie ideate/prodotte da Shonda Rhimes, abile nella capacità di evidenziare le contraddizioni degli Stati Uniti, dei suoi uomini e della sua anima. Non è certo l’unica a farlo, ma diciamo che a lei viene particolarmente bene.

Dopo il sistema sanitario americano (Grey’s Anatomy) e la politica americana (Scandal), era giunto il momento di focalizzare la giustizia americana. Per farlo mette al centro ancora una volta una donna: forte e fragile, determinata ed insicura, anima tormentata che racchiude in sé tutte le emozione umane, ma sicuramente non subordinata agli uomini. Così questa donna americana incarna la giustizia, ma non una qualunque: incarna la giustizia di quello Stato che della meritocrazia e della democrazia (e volendo della giustizia stessa) ha fatto le sue parole d’ordine, le sue cifre simboliche.

E cosa scopriamo? Beh ma è semplice, scopriamo che gli Stati Uniti non sono giusti neanche un po’. Non solo, scopriamo che se anche lo fossero, aggirare questa giustizia è facile come bere un bicchier d’acqua. E allora, se è così facile, perché non farlo? Perché dover stare alle regole se si possono violare, e soprattutto se vedo tutti intorno a me farlo?

La sconfitta del sogno americano ha portato ad un travolgente nichilismo, ad un apatia dell’animo compensabile solo con il successo. Sono lontani i tempi in cui dell’etica si faceva una ragione di vita; in un mondo di falsi ed ipocriti ciò che conta è esserlo più degli altri, solo così si può Vincere.

Annalise: “La domanda che mi fanno più spesso come avvocato difensore è se capisco se il mio cliente è innocente o colpevole. E la mia risposta è sempre la stessa: non mi importa. E non perché io sia senza cuore — anche se potremmo parlarne — ma perché i miei clienti sono esattamente come tutti noi qui: bugiardi. E questo li rende imperscrutabili”.

Il corso di delitto penale si trasforma allora in un corso su “cosa fare per vincere una causa”, perché ciò che conta non è la verità, ciò che conta è portare a casa il risultato.

In definitiva, How To Get Away With Murder mette in luce la totale scomparsa di valori assoluti, la loro negoziazione e il compromesso che l’uomo deve fare con stesso, in favore di un cinismo sempre più dilagante.

Ah, quasi dimenticavo… qui vi ho parlato solo della prima stagione, ma la seconda è ancora meglio ;)

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About the Author
Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.