ANGELS IN AMERICA – MALATTIA E DIAGNOSI

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Scheda Tecnica

Genera dipendenza
9/10
Contenuti
9/10
Sceneggiatura
9/10
Giudizio Tecnico
9/10
Musiche
8/10

Dio se ne è andato, non ce la faceva più. Basta. A dire il vero è dal 1906 che ha deciso di abbandonare il Paradiso lasciandolo in balia degli eventi. La smania dell’uomo di evolversi, di acquisire conoscenza, il desiderio di progresso: sono questi gli elementi che causano profonde scosse nel cielo e che hanno spinto il Padre Celeste alla fuga. Gli angeli, disperati per l’abbandono del loro superiore e demoralizzati dalla condotta umana, decidono di costringere gli esseri umani ad un periodo di staticità, di frenare le loro pulsioni di conoscenza e permettere così a Dio di tornare e porre rimedio a tutto. Per farlo, hanno individuato un profeta…

Cabala? Profezia di Nostradamus? Oppure un mio delirio psicotico? No, niente di tutto questo. È semplicemente l’incipit di quella che forse è la miniserie televisiva più apprezzata di tutti i tempi: Angels in America.

Partendo da questo spunto la serie è ambientata a metà degli anni ’80, quando Reagan era presidente degli Stati Uniti e l’AIDS entrava prepotentemente nelle notizie di cronaca con le sue tragiche morti. Si intrecciano così storie di omosessuali affetti dal virus dell’HIV, mormoni che vivono drammaticamente il conflitto tra la religione e la propria inclinazione sessuale, avvocati riluttanti all’idea di perdere il Potere.

Cos’è Angels in America, un dramma sull’AIDS? Un’opera di propaganda gay? Niente di tutto questo, e lo vedremo tra poco.

Tratta dall’omonima pièce teatrale di Tony Kushner, la serie diretta da Mike Nichols è stata realizzata nel 2003 e ha conquistato 11 Emmy, 5 Golden Globe e il titolo del New York Times che la definì “il più importante adattamento di un lavoro teatrale dai tempi di Un tram chiamato desiderio di Kazan”. Dati come questi parlano chiaro, ma come è possibile che un’opera che prende posizioni così delicate abbia un tale successo?

Sicuramente il cast stellare da cui è composto – Al Pacino, Meryl Streep, Emma Thompson, Patrick Wilson, Mary-Louise Parker – non è ininfluente. La sceneggiatura dal canto suo garantisce ritmo e vivacità, con dialoghi e monologhi che devono molto all’origine teatrale dell’opera e che rappresentano vere lezioni di drammaturgia. La messa in scena poi alterna incredibilmente registri apparentemente inconciliabili: dal drammatico al soap opera (consapevole ed intenzionale), dal realismo all’onirismo, passando per il grottesco (le scene surreali dei sogni con gli angeli potrebbero risultare eccessive e di cattivo gusto per i più sensibili, anche se hanno la loro precisa funzione metaforica).

La genialità tutta interna a quest’opera tuttavia, passa per la complessità dei temi trattati e per gli sviluppi che essi hanno nell’arco della serie. Divisa in due parti -  Millennium Approaches e Perestroika –assistiamo inizialmente ai drammi che i vari personaggi vivono e al lento crollo delle loro certezze. In una parola: malattia. Malattia intesa come condizione dell’anima, della società, dei rapporti interpersonali, dell’America, e di cui dunque l’AIDS ne è solo una declinazione.

“Il bianco che ha scritto l’inno nazionale ha messo la parola “libero” su una nota così alta perché nessuno ci arrivasse. Lo ha fatto di proposito. Non c’è niente qui che somigli anche vagamente alla libertà. Vieni con me in ospedale, stanza 1013, e ti mostrerò l’America: un malato terminale pazzo.”

L’incapacità dello stato più democratico del mondo di riconoscere eguali diritti a tutti, la condizione di discriminazione vissuta non tanto dagli omosessuali in sé quanto dai sieropositivi, l’ipocrisia e la corruzione che colpiscono tutti gli strati sociali, dal singolo individuo alla collettività, la solitudine. Queste sono le malattie da curare e da cui difendersi, ma per farlo è necessario un passaggio che preceda la cura in sé: la diagnosi.

Lo so, sembra più una lezione di medicina che non un articolo, ma questi sono i termini migliori per spiegare i diversi livelli su cui si muove Angels in America. La diagnosi, ovvero la consapevolezza e l’accettazione della propria malattia, può avvenire solo con l’accettazione di una nuova coscienza collettiva, la definitiva ammissione del mutamento sociale. La nuova identità americana si potrà costruire solo mettendo in gioco ed in relazione tutte le parti, identificate qui con le varie comunità esistenti a New York. Questo discorso, applicato al singolo individuo, chiama ancora in causa l’AIDS come metafora stringente. E lo fa con il personaggio di Roy Cohn (non lo faccio mai, ma questa volta non posso non sottolineare la straordinaria prestazione del suo interprete, Al Pacino, drammaturgicamente perfetto) cinico avvocato che si rifiuta di accettare la malattia, rifiutando così l’accettazione della propria omosessualità. Non per paura o per inconscio, ma per mantenere il proprio status quo.

Intenzionato ad aderire alla classe identitaria dominante, Roy nasconde a se stesso e al mondo circostante la verità, spostando il dibattito dal piano etico-morale su un piano classista-individualista. Allontanando l’idea di una nuova identità americana, l’avvocato si fa portavoce di quella teoria della stasi e della fissità promossa dagli angeli, che poco si addice però alla natura umana. Anche gli angeli arriveranno infatti a comprendere come il progresso e l’evoluzione siano un desiderio insito dell’uomo, siano motore essenziale della vita. Solo attraverso essi la fiamma della speranza potrà continuare ad essere accesa, nonostante tutte le malattie possibili, nonostante tutta la corruzione di cui uomini come Roy siano capaci, arrivando persino ad avere misericordia per lui e a recitare, suggestivamente, una preghiera al suo capezzale.

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.