JUSTFIELD: SCELTA O PERSONALITÀ

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Scheda Tecnica

Genera Dipendenza
8/10
Contenuti
8/10
Sceneggiatura
8/10
Giudizio Tecnico
8/10
Musiche
7,5/10

Stetson, stivali, pistola, orologio da taschino…No, non parliamo dei film di John Ford o di Clint Eastwood, non parliamo della grande stagione del cinema Western, ma della serie tv Justifield trasmessa in Italia dal canale satellitare AXN, giunta in questo momento a metà della sesta stagione. Gli sceriffi sono stati sostituiti dai Marshall, i cavalli dalle auto, il mercato e lo sfruttamento degli schiavi dal contrabbando di droga, eppure alcuni archetipi come lo Stetson ci spingono a parlare di questa serie tv in chiave Western.

Com’è possibile?

Semplicemente, pur se gli orizzonti narrativi del genere sono proposti in chiave futuristica, il protagonista incarna in sé tutti quegli stilemi che ci permettono di parlare di Western.

Raylan Givens è infatti un Marshall con un abbigliamento tale da ricordare i canonici cowboy. A questo si aggiunge un’abilità fuori dal comune: l’uso della pistola. Veloce come un fulmine nell’estrarre e sparare, usa l’arma solo se necessario, ma quando la usa non è mai per ferire. Givens rielabora quindi il codice etico contemporaneo facendolo tutto suo, figurando come un ibrido tra l’uomo della legge e il pistolero del XIX secolo, trovandosi spesso in contrasto con quella stessa legge a cui ha prestato giuramento e che si è impegnato a far rispettare.

Saranno proprio la sua bravura con la pistola e il suo “codice etico” ad attirare le ire dei suoi capi nel Pilot: coinvolto in una sparatoria con conseguenze catastrofiche sarà obbligato a traferirsi nel suo luogo d’origine, il rurale Kentucky Est. Già con il primo episodio assistiamo dunque alla presenza di una trama fondamentale per il genere Western: l’ambientazione dell’arretrata provincia americana come nuova frontiera. Una frontiera che però non costituisce un luogo sconosciuto da conquistare, ma il ritorno ad un ambiente da cui Givens era voluto scappare. Il conflitto che si apre dunque non è quello canonico tra popolazioni avverse, ma quello con la propria famiglia d’origine, con quei fantasmi del passato che al contempo costruiscono e devastano la formazione della propria personalità.

Obbligato a fare i conti con il proprio passato il pistolero constata come nulla sia cambiato, ma allo stesso tempo non può esimersi dal riconoscere quella terra e quella famiglia come Sue.

Disagio: questa è la sensazione iniziale che affolla la mente del pistolero, che riesce a sopravvivere in questo ambiente tanto Altro da Sé quanto parte di Sé solo grazie alla sua natura di uomo della legge, che si concretizza nella lotta al narcotraffico.

Il disagio lascerà presto il posto ad una profonda consapevolezza: se il Passato ritorna incessante sotto forma di luoghi e persone, significa che è giunto il momento di regolarci i conti.

I fantasmi non sono più tali, sono entità fisiche che hanno ripreso a far parte della sua quotidianità, e l’opzione di rimuoverli o scappare da essi non è più considerabile. L’unica soluzione è dunque affrontarli, anche se ciò significa riaprire tutte quelle ferite che sperava ormai essere cicatrizzate.

Lo scontro con il Passato si concretizza nel confronto/scontro con Boyd Crowder, classica rappresentazione dell’amico di un tempo che, rimanendo nel luogo d’origine a differenza del protagonista, si trasforma nel suo antagonista.

Il loro duello passa inevitabilmente per la rievocazione del tempo felice passato insieme, un tempo che ineluttabilmente non potrà tornare più. Rappresentando tutto ciò da cui Givens era voluto scappare, Boyd si configura come sua immagine riflessa e rovesciata, come suo doppio negativo, mettendo in crisi il protagonista. Raylan e Boyd sono diversi perché hanno scelto consapevolmente il proprio destino e la propria natura (uno è scappato, l’altro è rimasto), o è la stessa natura intima di una persona ad influenzarne le scelte? In altre parole, sono le scelte a formare la personalità o è la personalità a dar vita alle scelte?

Givens probabilmente non arriverà mai ad afferrare tale Verità, che anzi vede allontanarsi sempre di più ogni volta che ripensa al suo allontanamento: era più forte la volontà di essere diverso, o la paura di essere come loro?

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.