BLACKMIRROR – TECNOLOGIA O FALSI IDOLI

black_mirror01

Scheda Tecnica

Votazione
8,25/10
Contenuti
8,5/10
Sceneggiatura
9/10
Giudizio Tecnico
8/10
Musiche
7,5/10

Schermo o specchio? Protezione o superficie riflettente?  Su queste domande si basa uno dei paradigmi essenziali della teoria filmica e dell’analisi cinematografica: che funzione ha il telo, lo schermo, sul quale vengono proiettate le immagini?

Il genere western ha largamente rappresentato il cinema come ingresso in un mondo sconosciuto, confine che spara mito e realtà. In quest’ottica, lo schermo rappresenta il limite fisico che separa il mondo reale dello spettatore da quello immaginario del film. Schermo dunque come protezione (la parola inglese screen si è formata dall’antico tedesco “scirm”, che tra i tanti significati ha in sé quello di scudo), come limite che aiuta a mantenere una distanza di sicurezza. Lo schermo però può non solo proteggere, ma anche riflettere, dischiudere, facendosi così specchio.

Ma cosa riflette lo schermo/specchio del cinema? L’immagine di chi osserva, o uno sguardo proveniente dall’esterno?

Questo excursus su ruolo dello schermo può aiutare a comprendere meglio Black Mirror, serie televisiva britannica trasmessa dal 2011 e fresca di rinnovamento.

Ideata e prodotta da Charlie Brooker, Black Mirror è una serie antologica di soli sei episodi, divisi in due stagioni da tre episodi, in cui ogni episodio è auto-conclusivo. A legare tematicamente gli episodi è la tecnologia, o come lo stesso titolo indica gli schermi dei diversi prodotti tecnologici, che da spenti si trasformano in “specchi neri”.

Specchi che riflettono l’immagine di chi li guarda, l’immagine dello spettatore, ma allo stesso tempo riflettono lo sguardo stesso della tecnologia sull’uomo. Questa affermazione può risultare incomprensibile, straniante: come è possibile che la tecnologia abbia un proprio sguardo?

Da questa domanda si sviluppano gli episodi della serie in cui tuttavia non si parla, o non sempre, di futuri distopici lontani da noi nel tempo, in cui la tecnologia ha preso vita stile Terminator. La realtà rappresentata è vicina noi a livello temporale, e tutto sommato vicina a noi anche per il livello tecnologico raggiunto. La distopia sta dunque nel diverso modo in cui la realtà si è conformata, nella diversa etica che l’uomo ha messo in campo nei confronti della tecnologia. Se oggi la nostra società e sì la società dei social network, dei reality show e degli smartphone, ma infondo conserva ancora la propria autonomia e il proprio istinto di sopravvivenza, il mondo di Black Mirror è un mondo schiavo del progresso, in cui voyerismo e sadismo non sono più conseguenze dell’osservazione, ma elementi cardini della vita quotidiana e aspirazione massima.

La differenza tra la nostra realtà e la realtà immaginata da Brooker, sta nella repulsione che l’uomo può provare nei confronti della tecnologia. Oggi siamo ancora in grado di contrastare l’attrazione per la tecnologia con la paura che essa prenda il sopravvento, con la distanza che ci imponiamo di avere per far sì che il nostro rapporto con l’Iphone non diventi morbosamente simbiotico. In Black Mirror questa paura non esiste più: il piacere è diventato ossessione, la distanza è stata cancellata e il nostro sguardo sostituito da quello totalizzante delle macchine.

Così, se nella nostra realtà Giancarlo Giannini ci avverte in uno spot della polizia del pericolo della pedo-pornografia online e dello sguardo che si cela dietro un computer, in Black Mirror viene chiesto al Primo Ministro inglese di avere un rapporto sessuale con una scrofa davanti alle telecamere per salvare la principessa rapita, trasformando quello che per noi è un pericolo nel piacere sadico degli spettatori. Ad essere messa in discussione non è la morale dell’uomo ma la sua etica, ovvero secondo Aristotele “i criteri in base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte”.

A compromettere l’etica dell’uomo è allora l’incapacità di far corrispondere al progresso scientifico un eguale evoluzione dell’uomo: di fronte ai nuovi impulsi della tecnologia e alla nuova realtà che essa fornisce, rispondiamo ancora con reazioni ed istinti primordiali. Così, il nostro riflesso nello schermo nero viene soppiantato dal riflesso più forte, più evoluto, dello schermo stesso. Il risultato, tematizzato in Black Mirror, è la totale assuefazione a questa dinamica, se non l’adesione consapevole a questa nuova realtà.

Ma le riflessioni di Brooker non si fermano a questo, arrivando a porre un quesito importante allo spettatore, in particolare nei secondi episodi di entrambe le stagioni. In un contesto di totale reclusione e schiavitù nella “nuova” società, i protagonisti cercano in qualche modo di uscire, di prendere possesso della propria libertà, di trovare una verità che sia altra, diversa da quella a cui sono obbligati a credere.

Ma se la verità tanto agognata fosse peggiore di quella a cui erano chiamati a credere? Se questo ingabbiamento non fosse altro che un’effettiva protezione nei confronti di un mondo ingiusto e violento?

Le domande non riguardano tanto i protagonisti degli episodi, quanto noi spettatori che li osserviamo: è meglio vivere in una realtà mistificata e manipolata, possessori di false verità, o vivere la realtà autentica ma incomprensibile e schiacciante?

In un eterno ritorno a Platone, è preferibile rimanere dentro la caverna continuando ad osservare ombre ingannevoli, o uscire per ammirare il Vero mondo, rischiando di rimanere accecati dalla luce del sole?

Share this Post

About the Author
Gianluca Badii

Gianluca Badii

Facebook

Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.