JEEG ROBOT – IL SUPEREOE PASOLINIANO

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“Si può fare!”

Queste le parole del Dottor Federick Frankenstein, quando capì che dar vita alla sua creatura era possibile. Così la creatura di Gabriele Mainetti incontra le stesse impossibilità del mostro, prova a farsi breccia in un cinema italiano ormai troppo omogeneo, che poco spazio lascia a nuove idee.

Seppur diverso nelle sue fattezze, di simile audacia è stato Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, che ha riscosso però poca fortuna al botteghino e diviso la critica. L’analogia tra le due pellicole sta nel tentare la costruzione di una sorta di chimera, assemblando la spettacolarità del blockbuster americano ad elementi del cinema d’essai puramente italiani.

Enzo Ceccotti difatti non è altro che un Accattone, un piccolo criminale della periferia romana, il cui profilo è sicuramente più vicino ad un personaggio dei film di Pasolini o Caligari che non a Peter Parker o Bruce Wayne.

Il nostro supereroe, interpretato da Claudio Santamaria, non è né un genio della chimica né un messianico magnate con il cruccio di salvare il mondo, ma ci appare come un uomo solo, solo anche nel suo essere delinquente, disordinato e alienato, il ramo più corto e periferico della malavita di Tor Bella Monaca. Luca Marinelli è Fabio “Lo Zingaro” Cannizzaro, la sua nemesi, che assume i tratti classici del supercriminale Marvel o DC Comics. Impossibile non cogliere la somiglianza tra quest’ultimo e Joker, e per i tratti somatici e per la sua follia. Questi è il boss del quartiere, ma a fargli gola non è il denaro, bensì la fama. Il Joker di Tor Bella viene dipinto come un istrione, quasi androgino, ossessionato dalla musica di cantautrici italiane come Loredana Bertè o Anna Oxa, bramoso di rendersi famigerato e di diffondere la sua immagine maligna fuori dai grigiori della periferia romana. In questo senso troviamo molti riferimenti al nostro contesto mediatico: quando viene ricordato che Fabio aveva provato a sfondare nel mondo dello spettacolo facendo delle imitazioni a Buona Domenica, oppure quando nello sterminare la gang camorrista si riprende con un cellulare per poi mandare il filmato alle reti televisive, pratica spesso usata dalla criminalità degli ultimi venti anni, prima fra tutti l’Isis.

Ultimo personaggio di una narrazione triadica è Alessia,  una Mary Jane Watson tragica e del tutto originale, con problemi psichici, dovuti alla morte della madre e agli abusi di suo padre e del suo psichiatra. Magistralmente interpretata da Ilenia Pastorelli, la ragazza è ossessionata dall’Anime giapponese Jeeg Robot D’Acciao. Per sopportare la sua condizione drammatica, Alessia si è rifugiata in un mondo immaginario, sostituendo ogni persona con un personaggio del manga sopraccitato.

Trova il suo Hiroshi Shiba proprio in Enzo, di cui sarà capace di risvegliare il lato umano, insabbiato da una vita di stenti e da un’infanzia difficile. La redenzione del supereroe passa attraverso la sua super girl, come spesso accade nelle narrazioni classiche, soprattutto nell’immaginario fumettistico.

Inizialmente questi usa i suoi poteri per fini personali, per svaligiare un bancomat e per rapinare un furgone, viene etichettato difatti come “Il Supercriminale” dal popolo romano, che lo vede manifestare la sua super forza in un video della sorveglianza trasmesso in rete.

Anche qui troviamo un elemento ricorrente nel paradigma dei supereroi, ovvero il raggiungimento del consenso pubblico, l’abbattimento del muro che separa l’impostore dall’eroe. Per Enzo questo avviene nella maniera più classica: dopo esser stato purificato dall’amore di Alessia, salva una bambina da una macchina in fiamme, rimanendo da quel momento in poi al servizio del bene.

A scandire l’espiazione di Jeeg Robot è la doppia inquadratura di un palloncino rosa. La prima la troviamo nella sequenza del centro commerciale, dove vediamo il palloncino ad elio bloccarsi sul soffitto in vetro della struttura, metafora della debolezza e dell’incompletezza umana del protagonista. Lo stesso palloncino infatti riuscirà a volare verso il cielo dopo il salvataggio della bambina, a simboleggiare che la liberazione del supereroe è ormai ultimata.

Nonostante un budget nella media, 1.700.000 euro, Lo chiamavano Jeeg Robot eccelle tecnicamente: gli effetti speciali sono all’avanguardia e non fanno mai sorridere, come accade spesso in molti film non super prodotti.

Questa è la dimostrazione che in Italia abbiamo le caratteristiche per fare un tipo di cinema diverso, sappiamo farlo e dobbiamo farlo.

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LE IMMAGINI DELLE LOCANDINE SONO STATE PRESE DALLA PAGINA UFFICIALE FB DI: LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

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Adriano Carà

Adriano Carà

Cerco di destreggiarmi come meglio posso tra Cinema, Calcio, Musica e Politica. Ah sì ci sarebbe il lavoro, ma sono ancora piccolo!