VINYL – UNA SERIE ROCK N’ ROLL

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Sesso, droga e rock n’ roll. Il titolo della celebre canzone di Ian Dury potrebbe riassumere bene il pilot di Vinyl, nuova serie tv della HBO targata Martin Scorsese e Mick Jagger. 

Il grande regista americano non ci delude, insiste su quello che sembra essere, perlomeno ultimamente, il suo topos preferito: il vizio.

L’ha raffigurato in tutte le sue sfaccettature, basti pensare a The Wolf Of Wall Street, senza pretesa di dare lezioni morali o paternalistiche e Vinyl, in questo senso, non è da meno, o forse è addirittura qualcosa di più.

La messa in scena e la costruzione narrativa si sposano con l’attenzione, quasi spasmodica, nel ricostruire la realtà degli anni ’70.

In Vinyl, Scorsese fa sue le regole della televisione e, come immediata conseguenza, della costruzione il perno centrale. In Vinyl però costruire significa ri-costruire e non parliamo solo di ambientazioni e costumi ma di un vero e proprio mood palpabile tipico degli anni ’70. E si sa… quegli anni sono il Rock, non solo come musica ma come stile di vita.

La musica quindi non è più un solo accessorio estetico al prodotto audiovisivo, ma indiscussa protagonista dell’intreccio narrativo: dalla musica parte la narrazione, con gli sviluppi della musica si sviluppano e caratterizzano i personaggi e, sicuramente, con la musica chiuderà.

Così, in Vinyl la musica è espediente narrativo, mezzo tecnico, e punto d’arrivo.

L’esordio del pilot aiuta a comprendere le dinamiche della serie tv e gli obbiettivi prefissati: apertura in medias res che catapulta lo spettatore nella New York del 1973, presentandogli luoghi e protagonisti grazie ad un rapido gioco di flashforward e flashback per ricostruire una storia fatta di dinamismo e adrenalina.

Ma come tutti i grandi registi sanno, e Scorsese lo sa, non si possono giocare tutti gli assi a “prima mano”. Eccolo allora che lo vediamo indugiare su un dettaglio, rallentare i movimenti, soffermarsi su dialoghi apparentemente superflui, concedere allo spettatore quella pausa che gli fa credere di avere il controllo.

Ma è proprio questo che il regista ci vuole dire: lo spettatore non ha il controllo, è solo un’illusione, la fantasia di credere di padroneggiare un racconto per immagini. Ma i Suoi racconti non si padroneggiano, semplicemente perché sono Suoi e appartengono a lui anche le regole del gioco e le dinamiche empatiche.

Scorsese in definitiva sa come attrare lo spettatore a se, fargli vivere l’allucinazione del potere e proprio per questo legare a doppio filo la sua adrenalina con quella della serie.

A questo serve la ricostruzione di un epoca, o meglio la Costruzione del verosimile: la parvenza di realtà, alimentata dall’abilità nel cogliere i tratti distintivi del tempo, si accompagna all’illusione di predominio dello spettatore. Si è convinti, e si desidera, di stare nel 1973, si crede di poter decidere quando eccitarsi davanti ad un’immagine o quando distaccarsene, ma in realtà si è solo spettatori inconsapevoli del proprio ruolo, vittime passive delle eccitazioni degli altri.

Questa è la verità di Scorsese e Vinyl: rappresentare fedelmente un’epoca che della musica, del vizio, e dell’eccitazione ha fatto uno statuto, per demistificare il ruolo dello spettatore, riconsegnandolo alla sua natura più intima.

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.