MORRICONE – QUANDO UNA SOLA PAROLA DEFINISCE UN’EMOZIONE

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Quando dirige, quando parla, quando spiega la sua musica o solamente quando la si ascolta la sensazione è sempre la stessa. Morricone.
In effetti ormai basta il cognome per identificarla, non c’è modo migliore. Visti recenti avvenimenti la si potrebbe anche proporre all’Accademia della Crusca come nuova definizione di un’inspiegabile sensazione. Un mix di leggerezza, bellezza ed aria. Aria come respiro, come vita.

Su una spiaggia all’età sei anni Ennio chiede al padre di insegnargli a leggere la musica. Impara in fretta e fin da subito inizia a poggiare la matita su quelle cinque righe, trascrivendo ad orecchio passi dei brani che ascoltava. Poco dopo si iscrive al conservatorio di Roma nella classe di Tromba, strumento ereditato dal padre. L’indole creativa però è forte e durante grazie al docente armonia si iscrive al corso di composizione. Completa il corso superiore con il M° Goffredo Petrassi, un importantissimo compositore italiano della seconda metà del 900. Poco dopo lo stesso Morricone prenderà parte attivamente al gruppo di improvvisazione di Nuova Consonanza, e tutt’ora continua a scrivere musica assoluta.

 

Tra Morricone e l’oscar di quest’anno c’è tanto studio, ricerca musicale e quasi cinquecento lavori come compositori per immagini tra cinema e televisione. Infatti già da giovane inizia a lavorare in “anonimato” come arrangiatore di canzoni, per le emergenti case discografiche e per la televisione. Il suo stile fin da subito diventa riconoscibile: è diverso dal solito, più bello. In un’intervista di Michele dall’Ongaro afferma“Penso l’arrangiamento della canzone privo della melodia e della voce del cantante … deve funzionare bene anche senza.” 
Nel cinema il ruolo del cantante con la sua linea melodica, con il suo timbro e con il suo modo di fare, è completamente spostato sulle immagini.

Ma come si inizia la musica per un film?
Morricone ha spesso affermato di rifarsi a qualcosa di concreto, dando così vita ad una piccola idea. C’è chi la chiama mente, altri voce interiore, altri ancora anima … sta di fatto che le note nascono inizialmente dell’interno. Ad esempio l’incipit del famosissimo tema de “The good, the bad and the ugly” di Sergio Leone è ispirato al verso del coyote; oppure il geniale utilizzo timbrico del flauto di pan in “Casualties of War” di Bryan de Palma nasce dall’associazione che il maestro fa, in una famosa scena, tra l’attrice Thuy Thu Le ed un uccellino in volo; ed ancora, l’idea base per il film “1900” di Bernardo Bertolucci egli l’ha addirittura appuntata al buio durante la prima visione del montato … ogni volta Morricone parte da una di queste associazioni, figlie delle indicazioni del regista, dell’ambientazione e del messaggio del film unite alla capacità creativa dell’artista.

Però non basta un’idea per fare una colonna musicale, altrimenti lo farebbero tutti. La differenza in Morricone, e più in generale nel compositore, è quello che accade dopo. Partire da un singolo incipit, a volte geniale o volte anche banale, ma giusto. E così tirar fuori tutto quello che c’è da dire. Creare quindi un coerente mondo di suoni, timbri e melodie capace di innalzare il film.
Nel corso degli anni, e dei film, egli ha dato vita ad una sua estetica. Sempre coerente con il film, ma sempre anche coerente con il compositore.

Ad esempio, ormai immaginare un western senza quell’ambientazione sonora risulta molto difficile.
Lo ha capito bene Quentin Tarantino. Non a caso in “Django Unchained”  ha usato musiche di diversi autori e più che altro canzoni, tra le quale, guarda caso, “Ancora qui”, scritta proprio da Morricone, fortemente legata per volontà del regista al tema di “Once Upon a Time in America”.

In “The hateful eight” Tarantino sente il bisogno di quell’ambiente. La risposta del maestro è esemplare: innova attingendo sempre dalla sua esperienza. E come diceva per i suoi arrangiamenti, la musica si deve reggere benissimo senza il cantante, in questo caso anche senza il film.

L’oscar alla carriera del 2007 e l’ultimo premio conferitogli dall’Academy sono la prova ed il riconoscimento di quella sensazione di cui parlavo all’inizio dell’articolo. Le leggerezza, le bellezza, l’ aria che non solo la sua musica sa trasmettere. Egli stesso ne fa parte. Ce la ricorda benissimo nel modo in cui sul palco dedica il premio alla moglie Maria. Come aveva fatto nove anni prima. Nello stesso identico modo.
Se ne sono accorti (forse con un po’ di ritardo) anche in America.
Proprio per questo non basta l’Accademia della Crusca. Per definire Morricone serve la musica.

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Giorgio Astrei

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Giovane compositore credente dell’arte e quindi nel (bel) calcio. Mi piace molto di più ascoltare che parlare.  Scrivo quando mi viene chiesto. In questo non sono né bravo né scarso … sono Giorgio.