ROOM – L’OSCAR A PLATONE

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Indicibile la gioia con la quale abbiamo accolto l’Oscar a Brie Larson come miglior attrice protagonista.   Lo meritava lei, così come lo meritava il film stesso e tutti coloro che lo hanno realizzato: dalla scrittrice del libro, sceneggiatrice poi del film stesso, Emma Donoghue; al regista Lenny Abrahamson; allo spettacolare Jacob Tremblay,  nove anni e già sta girando un altro film; passando assolutamente per tutti.

E’ un film a basso budget, cosa ne rende così alto il livello e universale il gradimento? Proprio il fatto che sia universale: non solo la storia di un crimine (il rapimento e la segregazione in una stanza di una diciassettenne che lì diventa madre e cresce il proprio bambino) ma la storia, come dice la stessa scrittrice/sceneggiatrice, del rapporto madre-figlio che “la stanza” (Room, appunto) ha la funzione di isolare dal resto del mondo consentendone quindi l’analisi più approfondita.

Per noi è anche qualcosa in più: la storia è un mito che data più di 2000 anni, atavico quindi nel cuore dell’uomo. Il percorso di Jack, il bambino che nasce e cresce dentro Room pensando che quella sia l’unica realtà possibile mentre sia fiaba ciò che compare nel televisore, è la rivisitazione perfetta del mito della caverna di Platone. Le ombre appaiono come la realtà stessa, la realtà invece appare come una proiezione fantastica, una elaborazione mentale ed emotiva. Ciò che è quotidiano viene dotato di vita propria (Buongiorno stanza, buongiorno sedia…) mentre ciò che è veramente vivo ma fuori dell’esperienza diretta, diventa ombra di fantasia. E l’obiettivo del regista indugia sul lucernaio, unica fonte di luce che rende possibile vedere le ombre all’interno della caverna, mentre  lo schermo di un vecchio modello di televisione è fonte di figure-prototipi (le statuette che scorrono sul muro al di fuori della caverna di Platone).

L’immagine più bella, quella che scinde in due il film (direi ante-lucem e post-lucem) è costituita dagli occhi spalancati del piccolo Jack che per la prima volta vede il mondo reale, così simile e così diverso, così doloroso, così grande, così magicamente vero. Sarà lungo e difficile il percorso di recupero della realtà nel proprio vissuto, di abbandono del vecchio, di superamento della nostalgia. Accettandone la responsabilità il piccolo deciderà di emergere nel suo ruolo aiutando in questa crescita anche la mamma (accetta il taglio di capelli che lo identificherà come maschietto, primo passo verso l’assunzione di un’identità consapevole), mamma che invece sarà più straziata dal dover rivedere il suo passato con gli occhi di chi è fuori.

Quanto costa dire la verità al piccolo? Quanto costa mandare in frantumi il mondo che ci si è costruiti per sopravvivere nella caverna, per sopportare le catene, per accettare i propri limiti? Tanto … tanto! Ma è l’unico segno di amore. Ti amo tanto da  doverti dire la verità: fidati della tua dignità di uomo libero. Questa verità può costarmi ciò che più conta per me, cioè il mio legame con te, ma la tua libertà vale di più.

E d’altra parte la scoperta del vero da parte del bambino non rinnega ciò che aveva creduto sino a quel momento ma lo investe di una nuova luce, dolorosa all’inizio: luce che dà spessore a ciò da cui si fugge, che mostra ciò che non avrebbe creduto vero se fosse rimasto. Bisogna andar via per credere, per riscoprire, senza mai rinnegare le tappe ineludibili del passato, ciò che è più vicino al vero, in un percorso che umanamente non avrà mai fine.

Bye bye Room…

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.