QUANTICO – VERITA’ O ILLUSIONE

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Cosa succederebbe se l’America subisse un nuovo attentato terroristico dalle dimensioni dell’11 settembre? Come minimo, si darebbe il via alla più grande caccia all’uomo messa in piedi dall’FBI.

Questo è di fatto l’incipit di Quantico, nuova serie tv prodotta dalla ABC ed arrivata in Italia dal 18 novembre 2015. O meglio, questa è una delle due linee narrative dell’incipit e dell’intera serie. L’altra linea narrativa segue l’ingresso di un gruppo di giovani reclute a Quantico, accademia in cui vengono selezionati gli agenti speciali dell’FBI. Flashforward (o prolessi per noi italiani; salto temporale che evoca un evento accaduto nel futuro) di nove mesi e ci ritroviamo al giorno dell’attentato, in cui la Grand Central Station di New York viene fatta saltare in aria. Non solo… l’unica superstite dell’attentato è Alex, una delle giovani reclute entrata 9 mesi prima a Quantico, che inoltre sembra non riportare alcuna ferita dall’attentato. Come è giusto che sia, tutti gli indizi ricadono su Alex che viene subito considerata la colpevole della strage. La giovane agente dovrà fuggire da quello stesso FBI di cui è entrata a far parte, ma con una forte convinzione: chi l’ha incastrata lo ha fatto fin dai tempi di Quantico, chi l’ha incastrata è uno dei suoi amici.

Senza svelare altro della trama per non rovinare lo spettacolo, possiamo far intuire l’importanza dell’intreccio narrativo: non siamo di fronte ad una trama orizzontale ed una verticale che si incontrano perpendicolarmente (come abbiamo visto qui). L’intreccio di Quantico si sviluppa piuttosto come due semirette destinate ad incontrarsi a metà strada. La linea narrativa che segue infatti l’addestramento a Quantico, non è una semplice appendice utile a prendere dimestichezza con i personaggi; rappresenta piuttosto il teatro di tutte quelle situazioni fondamentali per comprendere l’evento traumatico dell’attentato. La conclusione di questo stile narrativo ha le sembianze dell’esortazione di Tucidide: “per capire il presente bisogna conoscere il passato”.

Conoscenza che se non approfondita impedisce il disvelamento della verità. Non a caso, come nei migliori polizieschi, ogni personaggio di Quantico cela la propria identità. La stessa Alex, che fin dal primo episodio siamo portati a credere innocente, non è chi dice di essere. Lo spettatore è messo di fronte all’impossibilità di conoscere la verità, di afferrarne l’essenza. Questa impossibilità è data dalle costruzioni che l’uomo fa su se stesso, dalle maschere che decide di indossare per nascondere le proprie intenzioni, la propria volontà e la propria storia. Maschere, o come direbbe Schopenhauer, un Velo di Maya che separa la vera realtà dall’illusione di realtà. Così, lo spettatore deve ricostruire la storia dei personaggi ed esaminare indizi, ma deve soprattutto togliere quei singoli Veli di Maya che ricoprono tutti i protagonisti della serie.

Quantico fa un passo successivo, suggerendoci che questo processo di disvelamento, di eliminazione del velo, non riguarda il solo spettatore: ad essere coinvolti sono gli stessi personaggi, incarnanti il prototipo dell’agente, e l’America intera.

Nel corso degli episodi abbiamo detto che assistiamo anche al periodo d’addestramento dei protagonisti: in quest’arco di tempo le reclute imparano ad andare oltre le impressioni personali, a non farsi fuorviare da falsi indizi, ad esaminare con attenzione la realtà circostante… insomma, a non confondere l’illusione creata dal Velo con la Verità. Questi insegnamenti però, sembrano essere cancellati con un colpo di spugna nel momento in cui si richiede la loro reale messa in pratica. Soprattutto, sembrano cancellati quando le stesse reclute sono coinvolte nelle indagini dell’attentato. Da qui un monito, preciso e diretto, di Quantico: la paura è una delle prime fonti di alimentazione del Velo, dell’Illusione. La paura è in grado non solo di celare la verità, ma di corrompere l’anima, implicando la partecipazione attiva dell’uomo nel processo di falsificazione del reale.

L’ultimo suggerimento, o interrogativo, posto dalla serie tv abbiamo detto che riguarda l’America stessa: la cultura dell’odio e della repressione impedisce alla più potente nazione del mondo di comprendere la natura di un attentato, di interrogarsi sulle proprie, possibili, responsabilità.

Il dialogo che avviene nel decimo episodio, di cui non dichiareremo i protagonisti per non rovinare la sorpresa a nessuno, è l’esempio migliore di questo concetto:

  • Doveva essere un messaggio da parte di chi è stanco di vedere sangue.
  • Far esplodere una moschea o una sinagoga non cambia il mondo, succede ogni giorno.
  • Non qui, non qui in America. E comunque non doveva succedere. Il mio piano era pensato per fallire. Volevo che trovassero le bombe, che da entrambe le parti si svegliassero cominciando a collaborare. La pace è l’unica soluzione, non ce n’è nessun altra.

L’America, secondo Quantico, è dunque chiamata a compiere lo stesso gesto degli spettatori e dei protagonisti: liberarsi di quel Velo che la ricopre per iniziare a comprendere i fatti storici di cui è protagonista, per trovare la Verità che spesso si cela dietro all’odio dei popoli nemici, in definitiva per poter, finalmente, Vedere.

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.