FUOCOAMMARE – LA VERITA’ ALLA BERLINALE

Closing Ceremony - 66th Berlinale International Film Festival

“ …Mi piace la trasformazione della realtà, invece che spalancare una porta mi piace chiuderla sempre di più e finire per guardare tutto dal buco della serratura, sottrarre sempre di più elementi alle storie fino a renderle minime. Uscendo da questo film la gente dirà che non ci sono informazioni, che non sanno nulla di più di quando sono entrati, ci saranno insomma i detrattori, quelli che magari guardano i documentari della BBC e non troveranno quel tipo di racconto e di informazioni, ma a me piace sempre lasciare molto spazio all’interpretazione dello spettatore…”

Per la seconda volta Gianfranco Rosi raggiunge il primo posto sul podio con l’Orso d’Oro al suo docu-film “Fuocoammare”. Era già successo nel 2013 a Venezia con “il sacroGRA”.

Il premio dunque ad un racconto-realtà, senza recitazione, senza scenografia, senza finzione, un “libero racconto di immagini e verità” come ha detto Meryl Streep, indicando proprio in ciò la definizione di arte cercata in questa edizione della Berlinale.

Dunque si premia, quando si trova un altissimo livello artistico e di innovazione quale quello portato da Gianfranco Rosi, la ricerca della verità, il desiderio di sapere, perché conoscere, vedere, ascoltare, è il primo passo per relazionarsi in maniera umana e costruttiva, in altre parole, per amare.

Per come stiamo costruendo il percorso della nostra prossima edizione sentiamo molto vicino questa ricerca, questo premio e questo regista.

L’occhio pigro di Samuele, bambino attraverso le cui emozioni lo spettatore vive la realtà di Lampedusa, è metaforicamente lo sguardo pigro di chi rimane per inerzia imprigionato nell’ignoranza o nella conoscenza superficiale, ancora più pericolosa perché non percepita come incompleta.

Ma la verità raccontata senza finzione è oggettività pura?
E’ statica, uguale per tutti?
E’ solo oggetto di speculazione razionale o modifica il vissuto e la realtà successiva?

Le risposte sono nello storytelling realizzato da Rosi: ha girato senza troupe, solo talvolta un aiuto regista che gli consentisse di interagire con le persone, un centinaio di ore di ripresa da sintetizzare in 100 minuti. Ecco dove la verità subisce la prima decantazione: la verità diviene racconto, trasformazione che non diminuisce la sua essenza ma la rende più acuta nella capacità comunicativa portando inevitabilmente in sé l’anima di chi gira guardando, come dice lui stesso, attraverso il buco della serratura.

C’è sempre qualcosa che accade e ti meraviglia” e lo stupore dello spettatore è la seconda decantazione: il racconto diventa vissuto personale. La tragedia epocale dei profughi viene messa a paragone da Rosi con l’Olocausto; tra decenni ci si chiederà: come abbiamo fatto a non capire? Come potevamo non sapere? 

“Un uomo che è un uomo non può stare a guardare” dice il medico di tutti, il dottor Pietro Bartolo, che appare nel film mentre fa un’ecografia ad una donna africana incinta, e che racconta di vedere spesso in sogno coloro che non ha potuto salvare. Ed ecco la terza decantazione: il vissuto si trasforma in vita personale e modifica i pensieri e le                                          azioni quotidiane dell’osservatore, ognuno nella direzione dove viene portato dal suo unico modo di pensare e di essere.

Un’opera potente, urgente e necessaria, come la definisce il Direttore della Berlinale. Perché è sempre potente, urgente e necessario rompere le catene dell’ignoranza, della paura e della menzogna.

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.