THE BLACKLIST – VERITA’ O CONDANNA

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Cliffhanger, suspense, sorpresa… sono questi gli espedienti narrativi più utilizzati per suscitare nello spettatore curiosità ed attesa. Soprattutto se si parla di prodotti seriali, non c’è niente di meglio del chiudere bruscamente un episodio in corrispondenza di un climax o di un “colpo di scena”. In questo modo il pubblico, che rischia di stancarsi nel seguire settimanalmente gli episodi di una serie tv, vedrà fornirsi una quantità tale di informazioni necessarie per lo sviluppo dell’interesse, ma non sufficienti a risolvere i misteri nascosti. È così che si crea quel rapporto di fidelizzazione necessario per la sopravvivenza di un serial, soprattutto se questi è di natura crime.

La serie tv americana The Blacklist dimostra come l’uso sapiente di queste tecniche possa favorire non solo la fruizione del prodotto, ma la stessa partecipazione emotiva dello spettatore. Protagonista della serie è Raymond “Red” Reddington, pericoloso criminale tra i più ricercati dall’FBI, che decide improvvisamente di costituirsi e di fornire all’agenzia tutti i dettagli necessari per catturare ogni criminale con cui lui sia entrato in contatto. La condizione è solo una: il suo unico referente dovrà essere Elizabeth Keen, giovane analista al suo primo giorno di lavoro nel Bureau.

Ovviamente, nel corso delle prime due stagioni si capirà come la richiesta non sia affatto casuale e che la vita di Red è legata, in qualche modo, al passato di Lizzie.

Il canovaccio è tanto semplice quanto abilmente scritto: ad una narrazione verticale (lo sviluppo del singolo episodio che prevede sempre la ricerca e la cattura di un criminale suggerito da Reddington) si accosta una narrazione orizzontale, volta a spiegare la trama generale riguardante l’intera stagione. Già il solo equilibrio tra i due tipi di narrazione non è del tutto scontato: quante volte assistiamo a serie tv crime che pur di mantenere viva la struttura del singolo episodio tralasciano la narrazione orizzontale, che in fin dei conti è l’elemento di maggiore interesse?

In tutti gli episodi di The Blacklist invece, vengono inseriti elementi riguardanti il filone centrale, alimentando quella componente fondamentale di curiosità. Non solo: nel finale della prima stagione scopriamo che ogni criminale suggerito da Red non era affatto casuale, bensì era un piccolo ingranaggio del suo elaboratissimo piano. Riportando questo elemento narrativo alla struttura della sceneggiatura, significa che anche ciò che sembrava ininfluente alla narrazione orizzontale, ne era in realtà parte vitale.

A ciò si unisce il sopracitato meccanismo di suspense e cliffhanger: ogni episodio della serie si chiude esattamente su un colpo di scena. Tuttavia questo non è solo un espediente per attrarre lo spettatore, bensì ha a che fare con la dinamica costante del rapporto tra Raymond ed Elizabeth: rimandare la scoperta della verità. Fin dal primo episodio Lizzie capisce che esiste una verità sottostante al comportamento di Red, e se le azioni del criminale sono tutte indirizzate all’adempimento dei suoi piani, quelle della criminologa lo sono al disvelamento della verità stessa. Lo spettatore, grazie allo stile di scrittura della serie, vive così l’identica condizione di Elizabeth: osserva impotente i comportamenti di Reddington e agogna la verità assoluta. Salvo scoprire, contemporaneamente alla Keen, che la condotta del criminale è atta a celare proprio quella verità bramata. In assenza di certezze e ricca di dubbi sul suo passato e sulla sua famiglia, la criminologa cambia continuamente parere ed atteggiamento nei confronti del criminale: ora lo vede come una figura paterna, ora come un uomo che sfrutta la sua condizione di informatore per gestire i suoi affari. Allo stesso modo, lo spettatore è in balia degli eventi senza riuscire a decifrare completamente personaggi e situazioni.

Più la ricerca di risposte è spasmodica, più la protagonista perde obiettività e lucidità, ottenendo l’effetto contrario di allontanamento dalle risposte stesse.

La motivazione di tale ricerca è intuitiva e ben sviluppata: scoprire la verità per Elizabeth Keen significa cancellare i fantasmi del passato, capire le reali intenzioni di Reddington e dare serenità al proprio futuro. Una rivelazione che dunque porterebbe alla libertà, fisica ed emotiva. Qual è invece il motivo per il quale Red fa di tutto per nascondere il passato di Lizzie? Perché se tiene tanto a lei non compie questo gesto di libertà nei suoi confronti?

Nel corso della seconda stagione scopriamo che è arrivato al punto di far cancellare i ricordi della poliziotta quando era ancora bambina. I misteri si infittiscono, e la figura del criminale diventa sempre più oscura e contraddittoria.

Lizzie: Tu pensi di tenere a me, ma ogni volta che fai qualcosa che mi fa credere che sia così, ne fai subito un’altra che mi rammenta semplicemente che non ne sei capace
Red: Io sono un mangiapeccati, faccio miei i misfatti degli altri e corrompo la mia anima per mantenere pura la loro. Ora hai capito di che cosa sono capace
Lizzie: Qual è il mio peccato che potresti avere mai fatto tuo?

Il confine tra protezione ed inganno, si fa sempre più sottile, e la verità acquista le sembianze di un oggetto tanto inafferrabile quanto pericoloso.

Giunti al finale della seconda stagione, i dubbi messi in piedi dalla serie e dai suoi personaggi sono tanti e tali da rendere inevitabile la partecipazione attiva dello spettatore: ipotesi e suggestioni finiscono per condizionarne la visione oggettiva, creando un cortocircuito tra aspettative e smentite.

Solo un evento traumatico libererà il pubblico ed Elizabeth dalle catene dell’ignoto:

Lizzie: Ora ricordo, ora ricordo tutto…
Red: Ricordi cosa?
Lizzie: La notte dell’incendio. So cosa accadde. E capisco perché non volevi che venissi a scoprirlo.
[…]
Lizzie: Ecco perché hai inibito la mia memoria, non per proteggere te stesso, ma per proteggere me. Tu sei il mio mangiapeccati.
Red: Ci ho provato, ma ho fallito. Non ho mai voluto che tu fossi… come me.

Il colpo di scena – ancora una volta – ribalta non solo la prospettiva su Reddington, ma sul concetto stesso di verità: quello che il criminale cercava di nascondere era sì il vero passato di Lizzie, ma al contempo era la sua più grande condanna, una macchia indelebile da cercare di coprire. Il desiderio di pace per la ragazza era tanto forte da correre il rischio di passare per un uomo meschino ed egoista, pur di non intaccare la sua purezza, pur di “non farla essere come lui”.

Si può nascondere la verità per proteggere una persona? Esiste una verità in grado di annientare l’anima di un individuo o la verità, in quanto tale, è sempre salvifica?

Se il disvelamento che Lizzie ha compiuto intaccherà o meno la sua integrità lo scopriremo solo con le prossime stagioni, per ora possiamo solo constatare che la verità, o almeno parte di essa, è stata rivelata e ha liberato Raymond Red Reddingotn dalla sua maschera… o forse no?

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.