THE END – E’ IL FILM CHE GUARDA NOI

depardieu
Anteprima a Berlino con il regista Guillaume Nicloux presente in sala.

Sono andata per vedere Gerard Depardieu, e l’ho visto in effetti: per 90 minuti, quasi sempre in primo piano.
Già colpisce nel segno il titolo che compare su schermo nero dopo la breve sequenza introduttiva: The End. Dopo un’ora di fila per entrare, viene accolto in sala con una risata soffocata dalla sorpresa di essersi stupiti, nonostante lo si conoscesse.

Gerard non ha bisogno di un nome nel film, è solo. All’inizio ha un cane. E un fucile.
In una battuta di caccia nel bosco perde prima l’uno, poi l’altro.
Si perde per tre giorni, finisce il cibo, le bevande, dorme proteggendosi con falò e cerca la strada ripassando sui propri passi. Tutto qui.
Ma i miei occhi non si staccano dallo schermo, dal suo volto preoccupato, angosciato, incredulo. Personaggi e animali improbabili compaiono e scompaiono.
Gli si presenta davanti una donna, nuda, scarnita, vittima chissà da quanto di chissà quanta violenza. La copre, la protegge: lei tace, una bravissima Audrey Bonnet che, grazie alle sue forti radici teatrali, riesce ad suggestionare con la postura spettrale e il silenzio. 90 minuti onirici. 

Poi in sala, dopo gli applausi sentiti e meritati, Nicloux spiega:
«dopo aver girato “Valley of love” nel 2015 con Gerad Depardieu accanto a Isabelle Huppert, ho voluto subito lavorare nuovamente con lui perché fa cinema come lo faccio io, per se stesso, non per il pubblico. Non mente mai, vive semplicemente sulla scena, può essere schietto e dire cose ridicole senza essere banale.»

Racconta che il film è stato girato in ordine cronologico senza sceneggiatura. Non improvvisazione, ma filo conduttore direttamente dalla regia prima di ogni scena. Gerard non conosceva le battute. Gli venivano bisbigliate durante le riprese perché potesse viverle con la naturalezza con cui si accoglie la vita.

E il racconto cessa di essere tale e diventa un sogno: la razionalità viene sospesa per esplorare timori e ansietà.  Il silenzio e  la progressiva perdita di tutto consente l’abbattimento delle barriere che ciascuno di noi continuamente pone per non essere vulnerabile. Anche Gerard al silenzio della donna nuda contrappone le sue confidenze, in qualche modo si confessa. Il silenzio, come quello totale che accompagna i titoli di coda, è lo schermo sul quale lo spettatore proietta le sue emozioni. Il nulla permette ai fantasmi interiori di uscire allo scoperto rendendoci autentici almeno per un attimo.

Il finale è aperto a molteplici  interpretazioni -dice lo stesso regista- in vari modi, a seconda dei giorni. Per lui il cinema, come l’arte di un quadro, non deve necessariamente fornire un significato impacchettato da portarsi a casa, ogni scelta ha infatti il limite di cancellare le altre possibilità.

Come diceva Godard: ci sono film che noi guardiamo e ce ne sono altri che guardano noi. Oltre a vedere Gerard Depardieu, esco infatti con la sensazione che anche lui abbia visto me.

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Antonella Bevere

Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.