THE HATEFUL EIGHT- TRA TECNICA ED ECCESSO

Schermata 2016-02-12 alle 18.46.14

Secondo la critica della mise-en-scène, l’inizio di un film è una sorta di manuale d’istruzioni, e “The Hateful Eight” ne è un esempio eccezionale.

La prima inquadratura è, difatti un campo lunghissimo, tipicamente Western, nonostante raffiguri il freddo Wyoming e non il calcinato Texas, seguita dalla ripresa di un crocifisso, molto lunga, quasi straziante, che ci suggerisce il ritmo flemmatico del film. In sovraimpressione si aggiungono dei titoli di testa barocchi, accesi,  tarantiniani, il tutto scandito dalla magistralità di Morricone.

Elementi che non lasciano spazio a interpretazioni o dubbi, stiamo guardando Tarantino, sfacciatamente, e, la sua ossessione: il cinema Western.

Prima di “Django Unchained” ero scettico, il cineasta di Knoxville stava cercando di riportare in auge qualcosa di anacronistico, di archiviato. Era possibile?

Sì, ne è venuto fuori un capolavoro, un Western totalmente rivitalizzato, originale, totalmente a sé, un po’ come tutte le sue pellicole (perché è di pellicola che si parla). Continuare però è un’arte ben diversa dal cominciare e, a mio parere, Tarantino ci riesce solo a metà.

La tecnica e la fotografia sono eccezionali, accentuati anche dalla 70mm, i piano sequenza e la continuità di spazio rendono il lavoro sopraffino, di estrema difficoltà, ma non manca qualcosa? Guardando il film, in totale apprensione, non sembra quasi di aspettare, continuamente aspettare uno sliding door, un colpo di scena, un climax?

Succede, anche stavolta, a metà. L’esordio di Jody (Channing Tatum) mi è sembrato un po’, calcisticamente, quel tiro da 30 metri, centrale, di media potenza, incredibilmente telefonato. Anche perché, se aspettiamo pochi minuti, il personaggio viene subito spazzato via e, a conti fatti, sarà stato incisivo nella diegesi quanto il tiro sopracitato.

Oltre a questa mancanza, ho notato un altro punto di rottura con il resto della filmografia tarantiniana: i dialoghi, ed è forse questo che ha maggiormente direzionato il mio giudizio. I dialoghi sono sempre stati il punto forte del re del pulp, dalla scena iniziale di “Le Iene” al discorso finale di Bill, ai monologhi di Cristoph Waltz e via dicendo (potrei citarne per ore). Non manca forse un po’ di brillantezza? Per farla breve e spicciola, quale frase di The Hateful Eight mettereste come Status su Facebook? Vi invito a riflettere, ovviamente c’è la possibilità che io mi sbagli.

In conclusione, veniamo ad uno dei temi principi del film, ovvero quello della menzogna e, di conseguenza, della verità.

“Spezzerò queste catene, nel bosco me  ne andrò” canta Domergue al suo carceriere John Ruth. Non è forse una metafora sintetizzante di “The Hateful Eight”? Siamo di fronte ad una sorta di Cluedo, otto personaggi chiusi in una stanza e, qualcuno, sta mentendo. La forza del film sta proprio in questo: il coinvolgimento totale dello spettatore nel cercare di sbrogliare questa matassa. Questo aspetto è curato in maniera straordinaria, l’inganno è solare, ma chi ne sia l’artefice è una domanda ben più nebbiosa ed oscura. La catena che vuole spezzare Domergue per arrivare alla libertà è analoga a quella che deve spezzare lo spettatore per arrivare alla verità. La nostra catena, in qualità spettatori, difatti si spezza e, nello spezzarsi, rende pertinente qualsiasi supposizione avessimo fatto.  Almeno una volta, avranno mentito tutti.

Share this Post

About the Author
Adriano Carà

Adriano Carà

Cerco di destreggiarmi come meglio posso tra Cinema, Calcio, Musica e Politica. Ah sì ci sarebbe il lavoro, ma sono ancora piccolo!