LES REVENANTS

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“L’amore più forte della morte? Sono tutte stronzate!”

I due lutti più grandi della mia vita, mio padre e mio marito, sono stati seguiti dopo pochi giorni dall’avvenimento da un sogno vivido (vivido è il termine medico che indica un sogno che si ha l’impressione sensoriale di vivere realmente). In entrambi i casi erano immagini  di un “ritorno alla vita” del defunto.

La ri-comparsa di mio padre destava in me terrore: prima scappavo, poi mi adoperavo per riportarlo alla condizione naturale di morto. Non poteva, non doveva tornare in vita, non perché volessi la sua morte, ma perché sazio di anni e di dolore, per lui la morte era evidentemente naturale e il resuscitare no.

Mio marito invece compariva all’improvviso in casa: gli correvo incontro pazza di gioia mentre lui si dissolveva, incenerendosi di fronte a me mentre scandiva con voce roca: “non ci credere mai!” (all’idea che potesse ritornare, probabilmente).

Da quanto si conosce, tale tipologia di sogno è ricorrente in chi subisce un lutto ed è il segno dell’elaborazione del distacco definitivo da parte dell’inconscio.

  • Il morto è veramente morto?
  • Tornerà mai in vita, nella dimensione di “vita” di cui abbiamo esperienza?
  • E se lo facesse quale sarebbe la nostra prima reazione, cioè qual è la nostra considerazione profonda sul senso di quella morte?

E’ proprio il lutto il tema centrale della serie, per ammissione dello stesso sceneggiatore e regista, Fabrice Gobert.  Come affrontare il ritorno alla vita di “cari estinti” dopo un lasso di tempo variabile? Nella serie coloro che ritornano, “Les Revenants” appunto, hanno come dato comune quello di essere morti per svariati motivi tranne che per “senectus” o per malattia: morti non naturali, quindi. Incidenti, disgrazie, omicidi, suicidi…

A differenza delle altre serie sul tema morti-viventi loro non sono orribili, anzi, sono belli e giovani come prima, mangiano e bevono oltre misura (senza essere mai sazi né ubriachi tra l’altro), non riescono a dormire, non possono più morire nonostante nei due ultimi episodi della prima stagione mostrino segni di decomposizione, fanno l’amore come mai prima e desiderano tutto ciò che è vitale con più foga dei vivi.

Si dice spesso che l’assenza non esista, altrimenti non avremmo idea di ciò che percepiamo assente: essa quindi risulta essere  una presenza al di là dei limiti del percepibile.
Ma se questa presenza fosse all’improvviso di nuovo tangibile?
Se i morti si risvegliassero e uscissero con i loro corpi dalle tombe con le stesse fattezze, gli stessi abiti, gli stessi desideri, sogni, ideali, di quando vi sono stati deposti?
Quale voce potrebbe essere oggi in grado di dare forza alle parole “Talita kum”?
O, per rimanere al Vangelo, come avranno reagito Marta e Maria? “Se Tu fossi stato qui non sarebbe morto!”, ma da questo a pensare di vederlo nuovamente vivo tra loro … (nella versione americana, infatti, Adéle si lamenta con il sacerdote: Gesù non doveva comportarsi così con Lazzaro, non doveva violare le leggi della natura far tornare le persone dal mondo dei morti, ciò è contro natura, devasta i vivi!)
I nuovamente-vivi  infrangono infatti le leggi del tempo e dello spazio. Viventi, ma diversi da noi che invece a quelle leggi siamo legati. 

E difatti, nella cittadina tra le montagne Alpine, nella vallata protetta da una diga che già anni prima aveva ceduto portando distruzione, con il ritorno dei morti le leggi naturali non riescono più a seguire il corso consueto: aprendo il rubinetto l’acqua gorgoglia, sporca,  in senso inverso dagli scarichi nei lavandini, la centrale elettrica mostra scariche irregolari, nel lago formato dalla diga l’acqua si inabissa senza che si riesca a individuare una falla, i daini si suicidano mentre animali impagliati e farfalle collezionate nelle teche riprendono vita.

Nella locandina si vede il paese che si specchia nel lago, ma l’acqua è nella metà superiore dell’immagine.

Un mondo capovolto perché morte e vita si sono date il cambio.

Anche lo spazio non è più percorribile, i tornanti che portano via dalla città non riescono a trovare fine, così come i sentieri nel bosco: percorrendoli si torna dopo molto tempo sullo stesso punto, in un’angosciante spirale senza fine e senza via di uscita.  Come la vita senza la certezza di morire.

  • La morte in effetti, sembra dire Gobert, è l’unica certezza che abbiamo.

La vita di chi rimane va avanti… forse.

Ma per farlo deve dimenticare almeno un po’ ciò che è successo, altrimenti si fermerebbe – racconta sempre Gobert.  Nel caso, è giusto che lo faccia?

I normalmente-vivi nella serie sono attanagliati da un duplice senso di colpa: quello di non aver saputo evitare la morte violenta di chi amavano e quello poi di aver desiderato di dimenticarla.

  • Colpevoli di aver continuato a vivere, in definitiva.

I ritornati si trovano ad aver perso quel diritto di residenza prima di tutto affettivo e poi sociale che avevano d’ufficio al momento della loro dipartita: reclamano la loro posizione in un mondo che ha continuato a vivere nello scorrere del tempo. Un personaggio centrale della serie, Camille, mostra questa discrepanza temporale proprio nelle fattezze ancora infantili rispetto alla sua gemella nel frattempo cresciuta. E’ proprio lei a pronunciare l’affermazione che testimonia la tesi della serie: “L’amore più forte della morte? Sono tutte stronzate!”

L’ altro personaggio cardine è sempre un bambino, Victor, inquietante al punto da far perdere il sonno a Stephen King in persona.

Victor non cerca, a differenza degli altri ritornati, qualcuno che lo ricordi, non si aspetta di trovare un familiare, cerca piuttosto la realizzazione della promessa che la mamma gli aveva fatto: avrebbe sempre avuto una fata a proteggerlo, e l’avrebbe riconosciuta.

Ma è capace, non si sa quanto volontariamente, di portare a galla le paure più represse di chi lo circonda, di far rivivere le esperienze più terribili e portare tragicamente a compimento i sensi di colpa.

E questo esprimerebbe, come ammette la stessa produttrice della serie Caroline Benjo, un altro aspetto dei morti ritornati in vita:

i fantasmi repressi nel calderone del nostro inconscio, le morti non-naturali, cioè i conflitti non risolti, prima o poi, quando meno te lo aspetti, vengono a galla più forti di prima, vomitati con la violenza esplosiva dell’energia interiore marcita, fermentata, compressa. “Le passé a décidé de refaire surface” , il passato ha deciso di riemergere, come proclama la frase di lancio della serie.

Non è facile far emozionare lo spettatore mostrando l’ordinarietà: cosa c’è di più normale che vedere tua figlia affamata prepararsi  uno spuntino con la testa nel frigorifero? Ma se si riesce ad ottenere ciò che gli anglosassoni chiamano “a suspension of disbelief”, cioè l’adesione di chi guarda ad una premessa altamente improbabile (è la prima volta che vedi tua figlia da quando è morta quattro anni fa), la quotidianità diventa straordinaria.

E’ questa  sorpresa per la vita ordinaria che consente ad ogni personaggio di portare avanti un suo tema, legato al suo “doppio”, personaggio a lui speculare mostrato anche nelle diverse locandine della serie: una famiglia felice con due splendide gemelle, una coppia in procinto di sposarsi, un bambino che si addormenta dopo aver giocato con il fratellino ascoltando le favole lette dalla mamma. Ma anche location drammatiche: una casa cupa nel bosco dove già morte e vita convivono: animali impagliati, un serial killer, un fratello oppresso da una madre comandante; uffici pubblici nei quali i garanti dell’ordine entrano in conflitto con la loro vita privata; una comunità di recupero il cui fondatore cerca di dimenticare l’omicidio commesso anni prima …

La serie tuttavia rimane aperta, non risolve la domanda centrale: perché sono tornati in vita?

Neanche gli stessi redivivi riescono a trovare una risposta: non c’è un senso (o a volte ce ne sono troppi) per il ritorno in vita, così come non sembra aver avuto  senso la loro morte violenta, così come, sembra ammiccare l’autore, a volte bisogna sforzarsi per trovare un senso alla vita stessa, che non sia solo il sereno godimento di tutto ciò che attrae i vivi.

A dire il vero – afferma proprio Gobert – trovo che le domande siano sempre più interessanti delle risposte”.

Tuttavia qualcosa compare: nei numerosi suicidi che costellano la narrazione (suicidi di chi crede la vita più spaventosa della morte, o di chi crede troppo nella possibilità di incontrare i propri cari nell’aldilà, suicidio di chi si sente in colpa, suicidio davanti alla materializzazione, evocata da Victor, dei propri fantasmi interiori, suicidio di massa persino dei daini…) emerge la consapevolezza non solo di poter morire ma perfino che la morte non sia la cosa peggiore:

  • la vita acquisisce un valore infinito proprio nella sua “finitezza temporale”, nella sua fragilità. Come, in apertura di serie, la farfalla imbalsamata che riprende vita e rompe la teca.

Les-Revenants-Les-Revenants-revenants10Infine, per esprimere un concetto che comparirà quest’anno nelle Masterclass riservate ai giovani giurati del nostro Festival, la narrazione in un film non si compie solo con la scrittura. Se le scelte sono ottimali, musica, scenografia, fotografia, montaggio … possono alcune volte e in vari gradi comparire come veri e propri narratori.

E Fabrice Gobert ha voluto che la musica fosse pronta prima di iniziare a girare la serie, l’ha fatta ascoltare agli attori mentre spiegava loro l’atmosfera che immaginava e l’ha fatta suonare durante l’esecuzione delle riprese.

Egli stesso afferma che ‘la musica  (realizzata dai Mogwai, banda post-rock scozzese) è capace di raccontare come un narratore in carne e ossa, dicendo qualcosa di diverso dai dialoghi, mostrando il lato nascosto di una scena, aggiungendo paura e malinconia’ (dall’intervista a John Cummings, chitarrista della band, proposta da Stefania Carini nel suo libro “I misteri de Les Revenants”).

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.