NARCOS: LA FINE DEI SOGNI

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Immaginate di nascere in una famiglia povera, in una città povera, in un Paese povero, e di ritrovarvi a 28 anni con così tanti soldi da non riuscire nemmeno a contarli. Che cosa fareste? Realizzereste i vostri sogni. Il problema è che non si possono controllare i propri sogni. Specie se sei Pablo Escobar. Specie se sei cresciuto in Colombia”.

È la voce del personaggio di Steve Murphy, agente della DEA (l’agenzia federale antidroga americana), ad aprire una delle scene capitali della prima stagione di Narcos, serie prodotta dalla piattaforma di streaming Netflix, finalmente approdata in Italia. Forse non tutti rammentano la leggendaria figura di Pablo Escobar, uno dei più grandi criminali della storia, re indiscusso, negli anni ’80, del narcotraffico internazionale e tanto ricco da meritare il settimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo stilata dalla rivista Forbes nel 1987. Ebbene, Narcos ci consegna la sua storia e, insieme, quella di coloro che, in varia misura, a lui si opposero, concentrandosi, in particolare, sulla significativa – e spesso ambigua – partita giocata dal governo americano.

Ma procediamo con ordine. Quella introdotta da Murphy è la scena centrale del terzo episodio della serie: Pablo Escobar fa il suo ingresso in parlamento, in veste di deputato. Ne esce pochi minuti dopo. Le sue ambizioni politiche si sono scontrate con un fatto ormai noto all’opinione pubblica: l’origine criminale della sua sterminata fortuna. Le scuole, gli ospedali, gli stadi di calcio fatti costruire a sue spese non bastano a sdoganarlo nel mondo della rispettabilità sociale. È la fine del grande sogno, quello di beneficiare il suo amato Paese divenendone presidente.

Su questa “scabrosa” contraddizione si fonda l’identità del personaggio di Pablo Escobar in Narcos. Bandito dalla vita pubblica, privato della possibilità di tradurre in azione politica la sua vocazione alla “paternità”, Pablito scatena la sua furia devastatrice. Hanno inizio le stragi che insanguinano la Colombia per molto tempo.

Su una contraddizione speculare si regge lo sviluppo dell’altro protagonista della serie, l’agente Steve Murphy. La sua, peraltro, è una presenza ben più ingombrante di quella di Escobar. Il voice over che introduce e accompagna gran parte dei nodi narrativi della storia ci offre il suo specifico punto di vista. Che, inizialmente, è quello di un ordinario ed integerrimo poliziotto al servizio delle forze del bene e che, gradualmente, si contamina della spregiudicatezza richiesta per abbattere i nemici dell’America, tra i quali appunto i narcotrafficanti.

In Narcos il voice over non è un elemento accessorio – di cui presto ci stancheremmo nella misura in cui dovesse rimpiazzare la forza delle immagini con la pedanteria della parola – ma è la chiave di decrittazione dell’intera serie. Murphy – ce ne accorgiamo presto – è l’incarnazione della retorica americana del “do-no-wrong”. Se dapprima ci convinciamo, insieme a lui, che ogni mezzo è giustificato quando si tratta di combattere l’odioso narcotraffico, di episodio in episodio cominciamo a dubitare della solidità morale del solerte agente antidroga. Persone innocenti perdono la vita nella sanguinosa battaglia contro il crimine, e Murphy non se ne cura. I suoi pensieri condivisi non mentono.

Di più: il semplicismo interpretativo di Murphy, così come emerge dai suoi brevi monologhi, si scontra con l’enorme complessità dei fenomeni che lo circondano. E allora appare inevitabile un distacco progressivo da un punto di vista che difficilmente riconosciamo come valido, di cui presto sospettiamo l’insufficienza. E data l’equivalenza tra la visione del mondo dell’agente Murphy e quella tipicamente americana, perfettamente rappresentata dal reaganismo cui la serie fa continui riferimenti, emerge prepotente il sospetto che le semplificazioni della politica servano a nascondere la cattiva coscienza di chi le fabbrica.

Insomma, Narcos ci offre una doppia contraddizione – quella del criminale che ama la sua famiglia e il suo popolo e quella del giusto che si sporca le mani – e ci chiede di rispettarne la profondità. In nome di che cosa? Beh, in nome del fatto che tutto ciò che è raccontato è maledettamente vero. E lo confermano gli inserti documentaristici di cui è costellata la serie: immagini di repertorio tratte dai notiziari dell’epoca sapientemente introdotte a supporto della materia narrativa.

“Le bugie sono necessarie, quando la verità è troppo difficile da credere”, proclama Escobar prima di autorecludersi nella “prigione” che si è costruito. Narcos, grazie alla potenza del suo storytelling e all’efficacia della sua costruzione, va in direzione contraria e sembra suggerirci: “la verità è necessaria, quando le bugie sono solo un mezzo per procurarci sonni tranquilli”.

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Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


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