Premio Gianni Astrei – 2015

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Il Fiuggi Film Festival, nel suo lavoro con i giovani, desidera valorizzare l’esperienza cinematografica quale arricchimento e ri-elaborazione della visione del mondo, nel singolo e nella società.


Il Cinema, attraverso la possibilità di integrare strumenti, modalità ed espressioni innovative, allontana il rischio di arenarsi su una concezione unilaterale della vita, di fare delle proprie idee degli assoluti chiudendosi alla possibilità di conoscenza e quindi di dialogo.

Il Premio Gianni Astrei sarà quindi attribuito dall’Associazione Fiuggi Family Festival al film italiano proiettato durante la Mostra che meglio avrà espresso il percorso che l’esperienza cinematografica genera, sia in chi il cinema lo realizza che in chi lo vive da spettatore.

Da quest’anno siamo di nuovo a Venezia con la tradizionale consegna del Premio Gianni Astrei, avvenuta il 12 settembre scorso nello Spazio della Fondazione Ente dello Spettacolo presso l’Hotel Excelsior.

Il Premio, istituito nel 2009 per volere del direttore artistico Andrea Piersanti, è in memoria di chi ha fondato la nostra Associazione e ideato il Festival pensando al Cinema quale strumento per sostenere le famiglie nel difficile compito di costruire una società sana.

Nel tempo, come è ormai noto, sono cambiate le modalità organizzative e di comunicazione, è cambiato il target di riferimento indirizzandosi specificamente verso i giovani, ma sono rimasti intatti i valori sottesi di crescita e sostegno delle comunità familiari.

Non siamo più infatti una rassegna di film adatti a tutte le età, di storie a tesi, che tendano a proporre valori e a dimostrare che “il bene conviene” (cosa che naturalmente continuiamo a pensare) ma lavoriamo per una scelta accurata di opere di alta qualità capaci di porre, attraverso il loro racconto, domande fondanti. Non ha importanza che il film sia espressione di uno schieramento ideologico o di un altro, non siamo mai sul piede di battaglia: vogliamo ascoltare tutti i racconti ed essere chiamati in causa, vogliamo accogliere con responsabilità (=desiderio sincero di una risposta che avvicini tutti alla verità) il “dramma” mostrato dalle opere capaci di farti uscire dalla sala diverso da come sei entrato.

Nell’esaminare i film italiani proiettati alla 72° Mostra di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia non poteva non risaltare il film “Non essere cattivo” di Claudio Caligari.

“Don’t be Mean” (come dice la scritta sulla camicina dell’orsetto di peluche della nipotina) è la storia del cuore di chi vive nella disperazione e delinquenza: di un’amicizia “dura” tra due ragazzi dei sobborghi di Ostia di pasoliniana memoria, dove la norma è procurarsi i soldi, anche in abbondanza, con droga, delinquenza, truffa. Storia di rimpianto per la morte violenta o di AIDS dei propri cari, di dolore impotente per la malattia senza scampo della bambina, di orgoglio filiale nei confronti della madre anziana: “I sordi ce vonno” e un figlio li procura.

La vita e’ dura e, se non sei duro come la vita, non vai avanti.

La storia non si pone mai come una denuncia dall’alto, piuttosto si inserisce nel vissuto quotidiano, interiore ma non intimistico, dove anche la delinquenza non è solo male, né viene solo giustificata con pietismo.

Anche l’amicizia non è un valore ufficiale, incasellato e definito, in cui rientrare, ma è respiro costante, diversa dalla “complicità” suo misero surrogato.

Un amico è colui che sa cosa stai vivendo in ogni momento, non si allontana, si fa carico della tua vita, sa di dare e ricevere un sostegno indispensabile, conosce i tuoi limiti e li rispetta spingendoti a superarli, cammina al tuo fianco, è capace di mettere a rischio l’amicizia stessa per dirti “don’t be mean” … puoi, possiamo, fare di più.

Il complice è invece colui che condivide la via in discesa verso l’abisso, che lascia l’altro “libero” di sbagliare pur di non mettersi in discussione, che “lascia correre”, che non si sforza di trovare una via verso il bene condiviso per quando impossibile appaia. Il complice è colui che sfrutta, che non crede all’amore gratuito, pronto ad allontanarsi qualora non gli convenga più rimanere.

Cesare e Vittorio sono amici, amici veri. Quando uno dei due intravede in sé il desiderio di famiglia e scorge nel lavoro, cioè nell’agire con un senso, la difficile via di uscita, cerca di non salvarsi da solo. Anche il lavoro, però, non supportato da solide àncore interiori, rischia di diventare uno strumento perverso di incremento di esigenze, nulla sembra più bastare a saziare la fame di senso: “A te questo basta?”

Un racconto che non esprime mai certezze, ma nemmeno nega la speranza che, ad esempio, una vita nascente potrebbe ridestare.

L’amore vero, in qualunque casella lo si voglia inserire, è capace di reggere il testimone dei sogni qualora la vita dell’amico si arresti.

La descrizione del nostro premio è chiara: solchiamo il percorso che l’esperienza cinematografica genera, sia in chi il cinema lo realizza che in chi lo vive da spettatore.

Così infatti è avvenuto tra Claudio Caligari che ha lottato per arrivare a vedere il premontato del film da lui diretto, e il suo amico, allievo e attore Valerio Mastandrea che per lui diventa produttore, che non si ferma se deve bussare a infinite porte per vedersele quasi sempre chiuse in faccia, che va avanti, con l’umiltà di chi sta mantenendo in volo un aquilone consegnatogli, perché crede fermamente che quel filo sia un’ancora e un traino allo stesso tempo.

Esattamente come è successo a noi per il nostro Festival.


MEDIAPARTNER

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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