Breaking Bad: Jesse e la libertà dal male

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Walter White – è indubbio – possiede il fascino dell’ordinario che assurge a straordinario. È il rappresentante vicario dei nostri sogni. Ma non si dimentichi che, se per certi versi, quello di W.W. è il percorso vittorioso di chi vive e muore impugnando i vessilli della libertà, è però anche il cammino rovinoso di chi si fa sordo all’incanto del bene, così sordo da rendersi indifferente alla morte di un bambino. Difficile ammirare una tale sordità. E non si dimentichi, soprattutto, che nella serie di Vince Gilligan è disseminato un antidoto al veleno dell’irresistibile fascinazione che scaturisce dal paradigma vittorioso del self made man. Questo antidoto si chiama Jesse Pinkman.

Jesse è indubitabilmente il perno morale della serie. Condivide con Walt buona parte della discesa nelle profondità del male, ma a differenza del suo partner in crime, possiede sufficiente onestà per poter dire di se stesso: “I’m the bad guy”. Jesse è perfettamente consapevole delle conseguenze delle sue azioni. La sua coscienza non dorme mai.

Dopo aver ucciso, su richiesta disperata di Walter, Gale Boetticher, il chimico chiamato a rimpiazzare il “maestro”, Jesse non si dà pace. Mentre partecipa ad un incontro del gruppo di auto-aiuto cui si è avvicinato dopo la morte di Jane, giunto il suo turno di parlare, racconta di aver ucciso un cane a sangue freddo. In realtà si riferisce all’omicidio di Gale. Il responsabile del gruppo gli chiede come si senta. Una donna interviene e con rabbia esclama: “Who cares how you feel? What kind of a person kills a dog for no reason?” Il responsabile fa notare: “We’re not here to sit in judgment”. La replica rabbiosa di Jesse lascia di stucco: “Why not? Maybe she’s right. […] The thing is, if you just do stuff and nothing happens, what’s it all mean? What’s the point? […] So, I should stop judging…and accept…so no matter what I do, hooray for me because I’m a great guy? It’s all good? No matter how many dogs I kill, what, I just do an inventory, and accept? I mean, you back your truck over your own kid and you, like, accept? What a load of crap!

Jesse, scaricato dai genitori, è un uomo allo sbando, alla disperata ricerca di qualcuno che lo accolga, lo accetti e gli riconosca una qualche forma di talento. Si imbatte, sfortunatamente, nel più abile manipolatore in circolazione. È così fragile che la consapevolezza d’essere manovrato da Walt convive con la necessità di restargli accanto per sentirsi qualcuno. Eccone la prova.

Ricoverato in ospedale, dopo essere stato picchiato a sangue da Hank – e sappiamo che la responsabilità di quanto è accaduto è in realtà di Walt – Jesse sfoga tutta la sua frustrazione: “I want nothing to do with you. Ever since I met you, everything I ever cared about is gone! Ruined, turned to shit, dead, ever since I hooked up with the great Heisenberg! I have never been more alone! I have nothing! No one! Alright, it’s all gone, get it? No, no, no, why…why would you get it? What do you even care, as long as you get what you want, right? You don’t give a shit about me! You said my meth is inferior, right? Right? Hey! You said my cook was garbage! Hey, screw you, man! Screw you!”. Ma è sufficiente che Walt ammetta: “Your meth is good, Jesse. As good as mine”, perché Jesse decida di associarsi nuovamente con Walt e di condividere, almeno apparentemente, la gestione del laboratorio di Gus Fring.

Per comprendere quanto rilevante sia il confronto speculare tra Jesse e Walt, si pensi in particolare a due episodi. Ecco il primo. Walt avvelena intenzionalmente un bambino per assicurarsi l’alleanza di Jesse contro Gus. O meglio, sfrutta il legame di affetto tra il bambino e Jesse per provocare in lui un sentimento di rabbia omicida. L’atteggiamento di Jesse, in questo frangente, è meravigliosamente commovente. La disperazione che lo coglie è profonda e sincera. Non esita a rischiare l’arresto pur di salvare il bambino. Insomma, all’assoluto cinismo di uno corrisponde l’assoluta abnegazione dell’altro. E questo ci aiuta a comprendere quanto esteso sia ormai il male in Walt e a distaccarcene.

Il secondo episodio si consuma dopo l’omicidio di un altro bambino, l’involontario testimone della rapina al treno compiuta dai nostri con l’aiuto di Mike e del giovane Todd. Jesse è nuovamente schiacciato dalla responsabilità di una morte così atroce. Alla vista del notiziario che annuncia la scomparsa del bambino e la disperazione dei genitori che lo cercano, non può fare a meno di piangere. Walt, che gli sta accanto, si dice turbato quanto lui: “I haven’t been able to sleep the past few nights just thinking about it”. Ma poi aggiunge: “Jesse, now, finally, we’re self-sufficient. Finally we have everything that we need. And no one to answer to, except ourselves. And in a year, year and a half, once we’ve cooked through this methylamine and made our money, there will be plenty of time for soul-searching. Until then we keep going. And we run our business our way…and make sure that this never happens again”. E invita Jesse ad andarsene a casa. Poco dopo, però, lasciando il laboratorio, Pinkman sente Walter fischiare allegramente una canzone. Ad essere precisi si tratta di “The Lily of the Valley”, ovvero il nome della pianta utilizzata da Walt per avvelenare il piccolo Broke.  E l’incredulo stupore che vediamo dipinto sul suo volto è il nostro stesso stupore. Non ci si crede. L’orrore si mostra senza veli.

È indubbio: Jesse trova la forza di chiudere i conti con Walt solo quando realizza la misura di tutto questo orrore, quando cioè gli è evidente la responsabilità diretta di Mr. White. Allora, e soltanto allora, è finalmente libero dal giogo di Walter White. E quando gli è data la possibilità di vendicarsi – Walt, inerme, si consegna a lui, nella splendida scena finale della serie – Jesse sceglie di non farlo. Sceglie la libertà, la libertà da Walt, la libertà dal male. E urlando a squarciagola nella notte grida il suo definitivo riscatto.


(L’approfondimento è parte della raccolta di saggi “Breaking Bad. La ‘soluzione’ del male” disponibile su Amazon in formato Kindle)


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Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


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