Shame (S. McQueen): il pudore e la vergogna

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La radice del pudore – notava il filosofo tedesco Max Scheler – risiede nel fatto che <<l’uomo si sente e si sa nel profondo come un “ponte”, come un “passaggio” fra due ordini d’essere e d’essenza, nei quali è ugualmente e fortemente radicato, e dai quali non può separarsi neppure un momento senza perdere il suo significato di “uomo”. Un essere che esista e viva al di là di questo ponte e di questo passaggio, in una direzione o nell’altra, non potrebbe avere questo sentimento: nessun dio e nessun animale può vergognarsi. In ultima istanza l’uomo ha pudore di se stesso e “davanti” al dio che l’abita>>.

Non si dimentichi, però, che il pudore differisce dalla vergogna, perché il pudore, in quanto tale, fa appello alla condizione di interezza cui l’uomo è destinato e, dunque, vive soltanto nella possibilità della colpa. La vergogna, al contrario, nasce dall’evento compiuto, vive nella colpa. In altre parole, se il pudore è l’angosciosa oscillazione che precede la scissione o può impedirla, la vergogna si manifesta quando il pudore ha già fallito la sua missione.

Ora, la vergogna che scaturisce dal superamento radicale del pudore è precisamente il tema di Shame (2011), opera seconda di Steve McQueen (Hunger, 12 anni schiavo).  E artefice dell’oltrepassamento è Brandon Sullivan, il protagonista della pellicola, magnificamente interpretato da Michael Fassbender.

Brandon, pubblicitario newyorkese, consacra le proprie giornate, squallidamente uguali l’una all’altra, alla soddisfazione dei propri desideri sessuali. Pornografia, onanismo e rapporti occasionali di ogni tipo sono il suo cibo quotidiano: sono l’impalcatura irrinunciabile di una vita altrimenti priva di rapporti significativi. E nulla è nascosto allo spettatore, nemmeno la cruda immediatezza delle parti corporee.

Quando si profila la possibilità di una relazione, Brandon fugge. Inesorabilmente. La sorella Sissy, sola e desolata quanto lui, cerca di strapparlo alla grigia monotonia dell’abitudine, mendicando amore fraterno, ma fallisce. E fallisce perché Brandon teme che il fragile equilibrio che lo tiene in vita possa essere spezzato dall’impegno di un legame: “Tu mi soffochi. Mi metti in un angolo e mi intrappoli”. E dunque la respinge brutalmente.

È soltanto il tentato suicidio di Sissy a costringere Brandon a fare i conti con la verità, a trovare il coraggio che gli serve per riflettersi nella trasparenza di uno specchio. Solo allora riconosce il volto della disperazione.

Shame – dobbiamo ammetterlo – possiede una forza sconosciuta alle morali. È la forza dell’exemplum che si sposa alla potenza del cinema. Siamo onesti: quale stringente, raffinato, e pur veemente trattato di morale potrebbe provocare lo sgomento gravido di senso che il racconto di McQueen affida al cuore e all’intelligenza dello spettatore? Quale mirabolante predicatore potrebbe dipingere la solitudine disperata che consegue al disconoscimento del destino originario dell’uomo con la stessa credibilità con cui Fassbender dipinge sul suo volto, nel pieno di un’orgia, la disperazione assoluta?

Sì, il corpo strappato alla sua capacità di trasmettere un senso e trasformato in oggetto tra gli oggetti, cosa tra le cose, segna il disconoscimento della nostra più intima essenza originaria, ossia il nostro essere per l’altro. Ma un conto è affermarlo, un conto è mostrarlo.

Si può dire, con Sartre, che il diniego dell’altro che mi si offre soltanto nella sua mera oggettualità “comporta uno scivolamento di tutto l’universo, un decentrarsi del mondo che mina dal di sotto la centralizzazione che io compio nello stesso tempo”. Già, ma in Shame la fatica del concetto è sostituita dalla vivida chiarezza delle immagini.

Un incontro di corpi che non cerchi lo sguardo dell’altro si risolve irrimediabilmente nella desolata parzialità della “differenza animale”. Sì, e Shame lo rende evidente.

Il racconto di Shame – si dirà – è, però, il racconto dell’estremizzazione patologica di una dipendenza. E questo pone un paio di problemi. Intanto è legittimo chiedersi: una dipendenza patologica non attenua forse la responsabilità di chi ne soffre? Certo, ma si può scegliere di combatterla o di rassegnarsi ad essa. E rassegnarsi ad essa, nel caso di Brandon, significa anche rifiutare la disperata richiesta d’amore di chi gli è vicino. Brandon ha una chiara responsabilità per il tentato suicidio di Sissy. E quando lo comprende, comprende anche che la sua scelta di egoistica “preservazione” non riguarda soltanto lui e non danneggia soltanto lui.

In secondo luogo, si potrebbe obiettare: l’estremizzazione di un male non lo rende forse meno credibile? Al contrario: ne dispiega con evidenza tutta la potenza distruttiva. La rappresentazione degli eccessi senza fine di Brandon è una tenera violenza inflitta allo spettatore, bruscamente risvegliato alla consapevolezza di un corpo che è parte di un intero che lo supera. E forse la vergogna di Brandon si trasforma sommessamente, almeno in parte, nella nostra inconfessabile vergogna.


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Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


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