Harry Potter e i Doni della Morte: L’Insostenibile Accettazione del Lato Oscuro

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Harry Potter… forse il più grande fenomeno mediatico di sempre…

 Non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello culturale; basti pensare al genere musicale nato in correlazione all’opera: il wizard rock.

In dieci anni la serie di libri ha venduto 450 milioni di copie, tradotta in 77 lingue tra cui il latino e il greco antico; la serie di film invece, è ad oggi la più remunerativa della Storia di Hollywood, raggiungendo i 7,7 miliardi di dollari di incassi in tutto il mondo.

Il più grande merito di J. K. Rowling, scrittrice dei 7 libri, è quello di aver avuto la capacità di inventarsi un mondo nuovo, perfetto in tutte le sue componenti (basti pensare alle figure che lo popolano o ancor di più al linguaggio che lo contraddistingue), che si è imposto nella fantasia e nell’immaginario di intere generazioni. Tutto ciò, fa da sfondo ad una trama avvincente e intrigante, che vede come protagonista un giovane mago alla scoperta di se, delle sue origini e in un eterno scontro tra il bene e il male.

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Detto così sembra tutto un po’ troppo semplicistico: basta inventarsi un nuovo modo, un codice linguistico innovativo e la storia, ormai classica, di un viaggio di formazione ed ecco che ognuno può creare un fenomeno culturale come Harry Potter.

Se in linea teorica questo potrebbe essere vero, non bisogna tralasciare le peculiari e fondamentali doti della scrittrice e le sue intuizioni: attualizzare il fantasy ai nostri giorni e nel nostro universo; inserire la crescita personale dei protagonisti in una più ampia analisi di tematiche esistenziali come il razzismo, lo sfruttamento del potere politico e l’oppressione del più debole; sovvertire le regole comuni del genere fantasy e riplasmarle secondo una personale visione.

Tutto ciò porta alla più importante caratteristica dei romanzi targati Harry Potter, ovvero quella di avere una struttura a multilivelli che consente la propria accessibilità a tutte le fasce generazionali possibili: un bambino può leggerci una semplice storia di magia ed emozioni, un adolescente può rispecchiarsi e rivivere sulle pagine il proprio percorso di crescita, un adulto può trarre importanti riflessioni su tematiche mai banali e sempre attuali.

Tutto questo preambolo serve a contestualizzare e a comprendere Harry Potter- I Doni della Morte, romanzo conclusivo della saga, in funzione del nostro Dark Side.

Il viaggio di Harry sta volgendo al termine, tutte le sue domande stanno per trovare risposta e la sua formazione è sempre più vicina. La lotta con Lord Voldemort, simbolo dell’eterna lotta tra bene e male, passa inevitabilmente per la consapevolezza di sé e della propria anima.

Lungo tutto il suo cammino, Harry Potter si è dovuto misurare tanto con l’acerrimo nemico quanto con se stesso: dentro di lui percepiva un lato oscuro, una forza maligna che lo portava a dubitare di se e dei suoi nobili principi. Questa percezione si tramutava spesso in atti concreti, in manifestazioni tangibili, come la sua capacità di parlare il Serpentese, capacità che possiede il Signore Oscuro della magia e legata ideologicamente al mondo maligno.

La crescita personale ed intellettuale di Harry è dunque in minima parte in funzione del mondo esterno: ben più discriminante è la scoperta del proprio mondo interiore, delle proprie sfaccettature, correndo anche il rischio di scoprire atroci verità e mettere in dubbio la propria esistenza. Ma in un modo fatto di magia ed alterazione, l’unica cosa che può fare la differenza è abbracciare la propria natura, qualunque essa sia.

I romanzi di Harry Potter fin dall’inizio hanno fornito una straordinaria rappresentazione dell’emarginazione: tutti i suoi protagonisti erano a modo loro degli esclusi, dei reietti della società.

Lo è Hermione, “colpevole” di essere figlia di Babbani; lo è Ron, membro di una famiglia povera e condannato dal giudizio esterno per l’umile lavoro del padre; lo è soprattutto Harry, che ha letteralmente vissuto una vita da emarginato con la famiglia adottiva. Non cambia la sua condizione dopo aver scoperto di essere mago: seppur guadagna libertà e spensieratezza, il giovane maghetto sarà sempre vittima del giudizio e della malizia altrui a causa della capacità di aver sconfitto Voldemort quando era ancora in fasce.

Gli eroi del romanzo dunque sono eroi non convenzionali: sono etichettati dalla società, ma invece di cercare di cancellare questi giudizi se ne fanno forza, si servono delle proprie etichette per manifestare le proprie qualità.

Ciò comporta un rischio, che non sempre si è disposti a correre: farsi forza delle proprie etichette vuol dire farsi forza anche delle proprie debolezze, o nel caso di Harry Potter, delle proprie oscurità.

Harry nel corso dell’ultimo romanzo cade più volte rialzandosi sempre; sempre più però, si affaccia in lui un atroce dubbio: il problema non sta tanto nella mancata infallibilità, in fondo è pur sempre umano, quanto nella presenza assidua di quell’oscurità, presenza che anziché diminuire si fa sempre più forte.

Più si avvicina alla meta, più le sue visioni su ciò che fa Voldemort si intensificano; più tenta di combatterle più la sua cicatrice, simbolo dell’inossidabile legame con Voldemort e con l’oscurità, brucia, pulsa, emette vitalità.

Non resta dunque che scoprire la natura di questo legame con l’oscurità…

La rivelazione è sconcertante: una parte dell’anima di Lord Voldemort si era staccata e aveva occupato il corpo di Harry quando tentò di ucciderlo da neonato.

Harry dunque non è legato all’oscurità… Harry è oscurità!

La sua non è una tentazione o una debolezza; la sua anima è costituita da una parte dell’anima del Signore Oscuro, dunque il suo lato oscuro è insito nella sua natura.

Non rimane altro che fare una scelta: accettare o meno questa condizione.

Questa è la posizione in cui lo pone Albus Silente nel loro ultimo colloquio tra la vita e la morte, in quel limbo da cui Harry deve decidere se uscire o rimanere per sempre.

La scelta è paradossale: accettare la propria oscurità significa tornare nel mondo dei vivi e provare a combatterla; rifiutarla significa, forse, mettersi l’anima in pace, ma anche dover morire.

Vita o morte, dunque, legate all’accettazione della propria natura…

Harry non smentisce il proprio status non-convenzionale e decide di abbracciare la propria natura, rivelando un piccolo suggerimento ai propri lettori: accettare sé stessi o una parte della propria personalità ritenuta invalidante non vuol dire esserne per forza schiavi, bensì significa prenderne consapevolezza e riuscire a farla fruttare, mettendola al servizio degli altri.

Harry accetta il suo lato oscuro, ma allo stesso tempo ciò gli permette di sconfiggere Voldemort e la morte stessa, innalzandosi a Padrone della Morte.

Silente a Harry: “Tu sei il vero padrone della Morte, perché il vero padrone non cerca di sfuggirle. Accetta di dover morire e comprende che vi sono cose assai peggiori nel mondo dei vivi che morire”


MEDIAPARTNER

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.


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