Se7en: come ‘far fuori’ i vizi capitali

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Un killer decide, nella sua follia seriale, di punire in sette giorni uno per uno i sette vizi capitali, torturando a morte sette emblematici rappresentanti: devono morire  costretti a compiere sino all’estremo limite il male che quel vizio comporta.

La morte del peccatore per punire il peccato. Una folle giustizia, macabra, morbosa, senza speranza.

Parafrasando Manzoni: “Omnia immunda immundis”.

Contro di lui, cercando di vincerlo sul tempo, si battono i due detective delegati a risolvere il caso. La vera storia è infatti nelle domande che essi si pongono sul senso ultimo del loro lavoro, in definitiva sul senso ultimo del male.

Il più anziano, Somerset  (un sempre splendido Morgan Freeman), in procinto di mollare tutto per andare in pensione, afferma di essere convinto di vivere in un mondo dominato dal male, in cui la condizione più frequente è il menefreghismo (apathy) della massa che si ritiene giusta mentre cerca solo le piccole, banali  soddisfazioni, ignorando il male che intorno dilaga.   

“La prima cosa che insegnano nei corsi antistupro è che non devi gridare AIUTO. Nessuno risponde. Se gridi AL FUOCO magari accorrono”.

In un mondo così non vale la pena far nascere un figlio, meglio sfinire la speranza della compagna convincendola ad abortire.

“Sono sicuro di aver preso la decisione giusta, ma non c’è giorno che passi senza che io desideri di aver fatto una scelta diversa”

Non solo non vale la pena dare la vita, ma non vale la pena nemmeno sperare di migliorare le cose.
“Che pensi? –dice al giovane collega- Che il killer che cerchiamo sia Satana? No, è solo un essere umano”
Come a dire: anche se lo mettiamo in sicurezza rimarranno a piede libero infiniti altri uomini, demoni vaganti, a sporcare il mondo.

Il più giovane, il detective Mills (Brad Pitt),  vuole invece continuare a lottare, non incartandosi in teorie sul bene e sul male ma rimboccandosi le maniche e sporcandosi sul serio per compiere il bene: difendere la gente. 

Detective Mills: “Tu dici che il problema è che la gente se frega, ma concludi dicendo: quindi io me ne frego della gente. Non ha senso
Detective Somerset: “A te frega?”
Detective Mills: “Assolutamente si”

E con chiarezza smonta un altro inganno logico del collega:
In ogni caso il punto è questo: non penso che tu voglia mollare perché credi nelle cose che dici. Penso che tu voglia crederci perché sai che stai mollando. (…) Vorresti che io ti dica di essere d’accordo con te, che fa tutto schifo … ma io non lo dirò.”


Il dialogo è talmente bello e centrale nel film che vale la pena vederlo qui di seguito:

Come spettatore non si può non stare dalla parte del detective Mills, non si può abdicare alla gioventù e alla sua positiva presa in carico delle sorti del mondo, nessuno di noi vuole arrendersi alla vecchiaia e al suo carico di ineluttabilità.
Ecco perché arriva come una doccia fredda lo scacco matto in cui il ragazzo viene messo. Uccide. Deliberatamente. Per vendicare la crudele decapitazione della moglie. Per vendicare il figlio della cui attesa viene a conoscenza in quello stesso momento.

Detective Somerset: “Se lo uccidi, vincerà”

Mills spara, scegliendo di lasciar spazio al vizio dell’ira nella macabra rappresentazione. Obbedisce così inevitabilmente allo schema del folle giustiziere che lui stesso giustizia, dando ragione a Somerset: Non è lui Satana. E’ solo un uomo. Come tanti.

Con la sua morte, prevista e voluta, il serial-killer porta a compimento la tragedia da lui stesso inscenata, incarnando l’invidia. 

Un messaggio di sconfitta dovrebbe emergere dal film: l’oscurità permea ogni uomo come gas altamente infiammabile e sempre più compresso. Arriverà la scintilla capace di far esplodere questo male, distruggendolo, ma  non prima di aver distrutto il suo stesso ospite.

Tuttavia, a ben vedere, Mills uccide per vendetta, sì, ma in fondo anche per caparbietà nel voler mantener fede al suo proposito: difendere e proteggere, eliminare il pericolo, punire anche a costo di assumersi la responsabilità della scelta del male e di pagarne le conseguenze. 

Se è vero che un lato oscuro permea ogni essere umano, e ogni azione ha nelle sue radici anche una motivazione meno nobile, è vero anche il suo opposto:  in ogni uomo, proprio per il fatto di non essere Satana, permane inestinguibile un barlume di luce; in ogni azione, anche quella più aborrita, vive comunque un desiderio di bene.

Da lì vale la pena di ripartire, perché la vittoria del male non sia l’ultima parola.

Non avrebbe altrimenti senso la scena finale in cui l’ispettore Somerset dice:

Ernest Hemingway una volta ha scritto: Il mondo è un bel posto. E degno di essere difeso. Sono d’accordo con la seconda affermazione”.


MEDIAPARTNER

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Antonella Bevere

Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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