Breaking Bad: Hank, il poliziotto imperfetto

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Ciò che ci salva dall’abbraccio mortale del male è la capacità di riconoscerci colpevoli. Questo – lo ricordiamo – è ciò che suggerisce con evidenza Breaking Bad nel corso delle sue 5 stagioni. La discesa inarrestabile di Walter White è un prodotto diretto della hybris che lo anima. Non può fermarsi. Non senza fare i conti con le conseguenze devastanti delle sue scelte. Walt, invece, si illude di aver raggiunto una zona franca, al di là del bene e del male, irenicamente lontana da qualunque responsabilità.

Ora, se l’antagonista più rilevante di W.W., fino alla 4^ stagione, è Gus Fring, che nella “hit parade” del male occupa una posizione decisamente superiore a quella di Walt, a partire dal 9° episodio della 5^ stagione è Hank Schrader a vestire i panni del nemico. E Hank, a differenza di Walter, ha una percezione ben chiara di cosa significhi macchiarsi di una colpa.

Ma procediamo con ordine. Hank è il cognato di Walter e – paradosso tragicomico della serie – è un agente della DEA (Drug Enforcement Administration). È lui, indirettamente, a suggerire a Walt l’idea di fabbricare metanfetamina per accumulare denaro facile. E se per lunghissimo tempo Hank è del tutto inconsapevole dell’attività criminale del cognato, non lo è certo per mancanza di fiuto. Al contrario, ci è presentato come un abilissimo e caparbio investigatore, il cui talento è riconosciuto e premiato in diverse occasioni dai suoi superiori. È lui, ad esempio, l’unico poliziotto a sospettare di Gus Fring quando tutti lo credono un filantropo immacolato.

Quello che Hank non sa è che ha a che fare con un maestro assoluto della dissimulazione, così abile nel mentire da ingannare anche se stesso. “Walter White is a brilliant man and an accomplished liar who lies best to himself”, conferma Vince Gilligan in persona. Dunque, l’ignoranza di Hank è giustificata, come lo è lo stupore assoluto che accompagna il momento della scoperta dell’atroce verità.

La caratteristica distintiva del personaggio di Hank Schrader, tuttavia, non risiede nella sua abilità di poliziotto, ma nella complessità del suo carattere e della sua identità morale. Una serie governata da stereotipi ci avrebbe offerto con tutta probabilità il classico poliziotto integerrimo, monoliticamente asservito al culto della legge, e dunque sereno nella sua sovrana superiorità. Hank, invece, non è privo di incertezze né di ombre.

Non ci riferiamo tanto all’atteggiamento più che comprensivo che riserva alla moglie Marie, cleptomane incallita, né tantomeno all’allegra disinvoltura con cui fuma sigari cubani d’importazione illegale: queste sono attitudini che lo rendono semplicemente più umano. Pensiamo, piuttosto, alle sue gravi intemperanze, prima fra tutte il brutale pestaggio di Jesse Pinkman, compiuto in un momento di rabbia estrema. Ricordiamo tutti le circostanze dell’accaduto. Hank ritiene Jesse responsabile di un’orribile telefonata fatta a scopo diversivo: una voce femminile annuncia il ricovero in ospedale di Marie, a seguito di un grave incidente. Hank, che sta per sorprendere Jesse e Walt all’interno del camper utilizzato per la fabbricazione della metanfetamina, è costretto a mollare la presa. Scopre poi che Marie non è affatto in ospedale.

Jesse è ridotto quasi in fin di vita. Lo ricordiamo orribilmente sfigurato mentre se la prende con il vero colpevole di tutto. Ebbene, Hank avrebbe la possibilità di cavarsela a buon mercato. Potrebbe negare di aver aggredito deliberatamente Jesse. Potrebbe sostenere di aver agito per legittima difesa: la parola di un poliziotto contro quella di un tossicomane pregiudicato. I superiori sembrano incoraggiarlo in questo senso. Ma Hank si assume la responsabilità di quanto ha fatto. Lui non è Walter White. Non cerca appigli per assolversi.

A Marie, che gli fa notare: “It’s some lowlife degenerate versus you…doing the job you’re supposed to. Why should you be the one who pays for doing the right thing?”, Hank replica: “Oh Baby, it wasn’t the right thing. It’s not what the job is. I’m supposed to be better than that”.

Eccolo, quindi, il colpevole che ha il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscersi tale. Per di più Hank impara a misurarsi con le proprie debolezze: sa che dopo aver ucciso Tuco Salamanca qualcosa in lui è cambiato per sempre ed è qualcosa che non può controllare, come invece pretenderebbe di fare Walter. “I’m just not the man I thought I was. I think I’m done as a cop”, ammette. Poco dopo viene raggiunto dai fratelli Salamanca e ridotto in fin di vita. E inizia la sua seconda vita.

Il cammino di Hank, dunque, è diametralmente opposto a quello di Walt. Il primo, di fronte all’orrore che lo investe affronta a viso aperto gli spettri interiori per abbatterli e tornare ad essere ciò che era. Il secondo è tanto invischiato nell’orrore da non riconoscerlo più.

La misura della distanza che divide i due ci è data in una delle scene che seguono la strage dei testimoni commissionata da Walter alla banda di neonazisti capitanati da “Uncle Jack”. Hank, ora a capo della squadra DEA di Albuquerque, informato dell’accaduto, fa rientro a caso prostrato. Vi trova Walter in visita alla figlia. E, ovviamente ignaro della responsabilità diretta del cognato, condivide con lui un’amara riflessione: “Been thinking about this summer job I used to have. Back in college, I’d spend my days marking trees in the woods with this orange spray can. Crews would come in later and find the trees I tagged and cut them down. […] Been thinking about that job more and more lately. Maybe I should’ve enjoyed it more. Tagging trees is a lot better than chasing monsters”. Walter, il mostro cui Hank si riferisce, impassibile replica: “I used to love to go camping”.  E con un abile gioco di montaggio nella scena immediatamente seguente lo ritroviamo in laboratorio intento a fabbricare metanfetamina. Nulla è cambiato per lui.

Il “lato oscuro” di Hank irrompe nuovamente sulla scena quando Jesse, per vendicarsi di Walt, decide di collaborare con lui perché Heisenberg sia assicurato alla giustizia. Pinkman viene, dunque, convinto ad incontrare l’ex-socio per registrare su nastro un’eventuale confessione. Gomez, il collega di Hank, fa notare che il piano potrebbe costare la vita a Jesse: “What if the kid’s right? What if it’s a trap?”.  La risposta di Hank è spaventosamente cinica: “The ‘kid’? Oh, you mean the junkie murderer that’s dribbling all over my guest bathroom floor? Well, then he’s right. Pinkman gets killed, and we get it all on tape”. Perché Walt sia punito Hank è disposto a tutto. E questo certo non gli fa onore.

Ma lo ritroviamo al meglio di sé nei suoi ultimi momenti. Poco prima che sia ucciso, con la stessa forza con cui Hugo immaginava che Cambronne avesse pronunciato “merde” a Waterloo, Hank si congeda dal mondo pronunciando le celebri parole: “My name is ASAC Schrader and you can go fuck yourself!”. E, parafrasando Hugo, “fulminare con tali parole il nemico che vi annienta, vuol dire vincere”.

(L’approfondimento è parte della raccolta di saggi “Breaking Bad. La ‘soluzione’ del male” disponibile su Amazon in formato Kindle)

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Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


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