‘Il cacciatore di aquiloni’ e l’oscurità dei bambini

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                              “Perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla sua fanciullezza
(Gn 8,21)

Sembra che alcune verità, per poter raggiungere gli spazi del dicibile, debbano essere necessariamente sussurrate. Sono verità che quasi implorano il silenzio. Perché ciò che racchiudono è l’orrore, quello puro, senza veli, senza schermi. Se si consegnano al racconto, lo fanno indossando il vestito della finzione. Solo allora si possono affrontare. La possibilità del male nei bambini è una di queste verità.

Il cacciatore di aquiloni (2004) di Khaled Hosseini, romanzo di straordinario successo – sono 23 milioni le copie ad oggi vendute in 70 Paesi – cui ha fatto seguito un adattamento cinematografico, ci porta lontano, nell’Afghanistan che precede e segue l’avvento dei talebani, e ci offre la cronaca, spietata e crudele, di un’amicizia travolta dalla forza devastante del male. Ed il male, qui, ha il volto di un bambino.

Amir ha dodici anni. La madre è morta dandolo alla luce. Vive a Kabul con il padre, Baba, uno dei più ricchi commercianti della città. Al loro servizio da molti anni vi sono Ali e Hassan, padre e figlio. Baba li considera membri della famiglia, benché appartengano ad una casta disprezzata dai detentori del potere. Amir e Hassan condividono buona parte del loro tempo. Sono anzi inseparabili. E quando giunge la stagione degli aquiloni, tra le strade di Kabul l’intesa tra di loro sembra essere perfetta. Ma è presto chiaro che un demone si è insinuato nel giovane Amir: il demone della gelosia. Amir non può sopportare le affettuose attenzioni che il padre riserva ad Hassan, tanto da confessare: “avrei desiderato avere anch’io un difetto fisico che suscitasse la compassione di Baba. Non era giusto. Hassan non aveva fatto niente per meritare il suo affetto. Era semplicemente nato con uno stupido labbro leporino”. Sì, Amir desidera più di ogni altra cosa conquistare l’amore di Baba, annullare la distanza che li divide, cancellare il disprezzo che il padre sembra a volte nutrire per lui.

Hassan, invece, è un amico devoto, cui Amir riconosce “l’incapacità assoluta a fare del male”. È Hassan a sacrificarsi quando Amir è in pericolo. È Hassan ad assumersi tutte le colpe. Non c’è cosa che Hassan non farebbe per Amir. “Hassan e io avevamo succhiato lo stesso latte, avevamo mosso i primi passi sullo stesso prato e avevamo pronunciato le prime parole sotto lo stesso tetto. La mia fu Baba. La sua Amir, il mio nome”.

Finalmente giunge il gran giorno, quello in cui Amir ha la possibilità di rendere Baba fiero di lui: è il giorno del torneo di aquiloni. “Questa per me era la sola possibilità di essere guardato e non soltanto visto, di essere ascoltato e non soltanto udito. Se Dio esisteva, doveva guidare il vento, farlo soffiare in mio favore in modo che con uno strattone io potessi liberarmi del mio dolore e del mio tormento”. E Amir, infatti, vince il torneo ed, insieme, l’attenzione tanto agognata di Baba: “quello fu il momento più felice dei miei dodici anni di vita, Mio padre finalmente era orgoglioso di me”.

Il prezzo che Amir deve pagare è però altissimo. Hassan, mentre cerca di recuperare l’aquilone che serve per consacrare Amir vincitore, viene accerchiato da un gruppo di ragazzi, gli stessi alle cui grinfie aveva strappato tempo prima Amir minacciandoli con una fionda.

Il capo branco Assef, di nobili natali ma dal cuore crudele, si vendica e stupra brutalmente Hassan. Amir assiste all’intera scena e decide di fuggire. “Mi rimaneva un’ultima possibilità di prendere una decisione. Di decidere che tipo di persona sarei diventato. Avrei potuto tornare nel vicolo, difendere Hassan, come lui aveva difeso me decine di volte, e affrontarne le conseguenze. O scappare. Scappai. Scappai, perché ero un vigliacco. Avevo paura di Assef e del male che mi avrebbe fatto”.

Di più. “In realtà desideravo essere vigliacco, perché l’alternativa, la vera ragione per cui stavo scappando, era che Assef avesse ragione: in questo mondo nulla è gratuito. Forse Hassan era il prezzo che dovevo pagare, l’agnello da sacrificare per conquistare Baba”. E non finisce qui. Quando, poco dopo, Hassan si presenta devastato dalla violenza e dall’umiliazione subite, la prima preoccupazione di Amir è quella di accertarsi che il trofeo, l’aquilone, sia intatto: “Non posso mentire oggi e tacere che la prima cosa che feci fu verificare con lo sguardo se ci fossero strappi nella carta”.  E poi: “Finsi di non sentire l’incrinatura nella sua voce. Così come finsi di non vedere la chiazza scura sul fondo dei suoi pantaloni e le gocce che gli cadevano tra le gambe lasciando macchioline scure sulla neve”.

Travolto dal senso di colpa, Amir cerca disperatamente di provocare Hassan. Vuole essere punito per ciò che ha fatto. Il delitto esige il castigo. Questa è la condizione per ritrovare la pace perduta. Ma la devozione e l’amore di Hassan, pur consapevole del tradimento dell’amico, sono intatti: “dovunque andassi vedevo segni della sua incrollabile fedeltà”. E allora non gli resta che liberarsene. E al tradimento si aggiunge la più spudorata menzogna: Amir accusa falsamente Hassan di furto.

E di fronte all’amico che ancora una volta si immola per lui ammettendo una colpa che non ha commesso, di fronte al dolore di Baba e di Ali, che dopo tanti anni sono costretti a dirsi addio, perché per i due servitori “è impossibile vivere qui adesso”, Amir ammette: “una parte di me era contenta. Contenta che presto sarebbe tutto finito. […] Era l’unica cosa che volevo: andare avanti, dimenticare, voltare pagina. Tornare a respirare”.  E Amir e Hassan non si rivedranno mai più.

Il lettore de Il cacciatore di aquiloni sa che la seconda parte del libro è dedicata al cammino di espiazione di Amir che, ormai cresciuto, felicemente sposato e divenuto un affermato scrittore, torna in Afghanistan alla ricerca di Sohrab, il figlio di Hassan, orfano di entrambi i genitori. Perché “esiste un modo per tornare a essere buoni”. E lì si imbatte nuovamente nell’aguzzino Assef, ora talebano e, come sempre, stupratore di bambini. Assef, memore dello stupido affronto subito tanti anni prima, lo massacra di botte. Ma sorprendentemente, sotto i colpi che lo riducono in fin di vita, Amir, che finalmente ha trovato il coraggio di rischiare la vita per le persone che ama, prova sollievo: “Avevo il corpo a pezzi, ma mi sentivo guarito. Finalmente guarito. Ridevo. Ridevo perché per la prima volta dall’inverno del 1975 mi sentivo in pace con me stesso”.

Insomma, Il cacciatore di aquiloni ci consegna profonde emozioni e qualche prezioso spunto di riflessione. Anzitutto, sembra suggerire che il male che si fa strada in Amir nasca dall’adorazione tributata ad un falso assoluto. E i falsi dei, si sa, richiedono sacrifici umani. Come scopriremo nei capitoli finali, anche Baba ha scheletri nell’armadio: Hassan è il figlio che non ha mai avuto il coraggio di riconoscere. E Amir “aveva rappresentato la metà legittima, socialmente ineccepibile, l’involontaria incarnazione della sua colpa”. Da qui l’ostilità strisciante e insuperabile nei confronti del figlio.

Vi è poi un nesso virtuoso che unisce la colpa alla sofferenza. La colpa esige la sofferenza per essere vinta. “Un uomo privo di coscienza e di bontà non soffre. E tu hai sofferto per i tuoi errori”, si sente dire Amir. Non c’è altra strada. La sofferenza è la condizione di possibilità del pentimento. E l’uomo incapace di sofferenza è un uomo perduto. Lo è Assef.

Il bene richiede coraggio: anche questo è chiaro. Quando una donna rischia di essere violentata da un soldato russo, Baba lo affronta disarmato: “Preferisco essere colpito da mille delle sue pallottole piuttosto che lasciare che si consumi questa nefandezza”. Una bella lezione per Amir, che ha ancora nel cuore il peso della sua vigliaccheria.

Ma la verità più dura, quella che più faticosamente si insinua nella coscienza del lettore di questa triste storia, è che il male non ha età. Il bambino necessariamente immacolato è una bugia che ci raccontiamo per non essere spaventati dalla consapevolezza del dramma dell’innocenza che si sporca. Date al male occasione di insinuarsi nei piccoli grandi egoismi di un bambino e, silenzioso e furtivo, passo dopo passo, lo farà suo schiavo.


MEDIAPARTNER

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Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


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