Avatar e l’ombra collettiva

“Abbiamo portato loro alimenti e istruzione ma si rifiutano di abbandonare il loro territorio. Devi conquistare le loro menti e i loro cuori. Ecco perché siamo qui, per l’unobtanium. Perché questa piccola pietra grigia si vende a 20 milioni al chilo. E’ questo che paga tutti i nostri sforzi e la tua ricerca”.
(Parker Selfridge alla dottoressa Grace Augustin)

Una trama semplice che ha il sapore del deja vu: come nella favola di Pocahontas il mito della colonizzazione di popoli e terre selvagge. Un membro dei conquistatori si integra poco a poco legandosi alla figlia del capo clan. Nella cultura e nella vita del popolo da soggiogare ri-conosce infatti archetipi sulla natura e comportamenti tribali che lo sfruttamento del suo pianeta aveva archiviato definitivamente. Decide così  di  difendere il popolo invaso.

Niente di nuovo quindi, ma con la straordinaria creazione di un popolo alieno, del suo mondo e della sua lingua.


Quando qualcuno è seduto su una cosa che vuoi, lo rendi tuo nemico, così poi sei giustificato a prendertela! (Jake Sully)

Eppure la immagini fantascientifiche degli Avatar (corpi clonati dal DNA dell’uomo ospite unito con quello dei nativi), le scene di guerra, gli animali simil-preistorici, non sono l’unico appeal del film che ha riscosso il maggiore incasso nella storia del cinema (2,8 miliardi).
Nello scorrimento della storia c’è qualcosa che attira e interroga, talora a livello subliminale: la rappresentazione della follia che può coinvolgere verso il male intere collettività. Nessuno è perfetto,   e questo è valido anche per gruppi o nazioni in cui gli slogan sviluppano forza in maniera esponenziale rispetto alla somma delle persone che li scandiscono.
Conquiste, terrorismo, epurazioni razziali, schiavismo, nazionalismi, estremismi ideologici e religiosi: come accade che la follia di pochi dilaghi e contagi interi popoli, società e aggregazioni sociali? Spesso il gruppo è apparentemente paladino proprio di quei principi che palesemente viola. Riesce ad aggregare forze anche al di fuori dei confini territoriali o culturali di appartenza.
Come può l’ombra spargersi socialmente a macchia d’olio cambiando nel giro di pochi anni la mentalità comune, fino ad allora rispettosa di quell’aspetto della dignità dell’essere umano, nel suo esatto contrario?


In Avatar viene delineato il lato oscuro del mondo sviluppato, americano in particolare, il desiderio di egemonia, lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse, la superbia di una visione del mondo utilitaristica senza più contatti con l’umano e il trascendente, il disprezzo per la sacralità di ogni specie vivente e dell’armonia della natura.

Ma è bene ribadirlo: nessuno di noi è immune dal fascino dell’ideologia, dal riconoscersi in una bandiera rinunciando alla fatica di continuare ad esercitare la propria coscienza, abdicando alla necessità di chiedersi continuamente e sinceramente da che parte si sta andando.
Fanatismo ed estremismo sono sempre dietro l’angolo.


Lei parla di una rete di energia che scorre in tutte le creature viventi. Dice che tutta l’energia è solo in prestito, e che un giorno bisogna restituirla. (Jake Sully riferendosi a Neytiri)

La presa d’atto che nel bene e nel male siamo in qualche modo tutti collegati come dendriti di neuroni, come le radici degli alberi di Pandora in Avatar, e la consapevolezza che ogni nostro potere, ricevuto alla nascita, vada riconsegnato alla morte, è la via di uscita che Cameron ci indica.


“L’arco morale dell’universo è lungo ma si curva verso la giustizia”
Martin Luther King

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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