Game of Thrones e il ‘sacrificio’ Stannis Baratheon

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Avviso Spoiler!!! La lettura è sconsiglia a chiunque non abbia ancora visto la puntata 5×09

Solitamente in una serie tv colpiscono i personaggi dai caratteri discordanti, eccessivi ed egocentrici… Seguendo questo principio non scritto ma sempre funzionante in Game of Thrones, serie tv degli eccessi per eccellenza, a colpire è Stannis Baratheon. In mezzo a regine megalomani, madri di draghi famelici e nani genialoidi e ubriaconi, Stannis spicca per il suo abito grigio e cupo, per la sua voce bassa e rigida, per la sua intransigenza e severità.

Tutto in lui è fuori posto, soprattutto il suo senso dell’onore. Icona della giustizia e dell’etica del lavoro, il pretendente al Trono dei Sette Regni fa dell’inflessibilità il suo marchio di fabbrica. Inflessibilità che agli occhi del popolo tramuta il senso di giustizia in ingiustizia. A differenza degli altri grandi personaggi di Game of Thrones infatti, Stannis sembra non conoscere il moderno significato della parola Sociale: Daenerys alterna rigidità ad amore, Tyrion accosta al suo genio una vita dissoluta e piena di vizi, Jaime riesce a mediare la sua brutta fama con la sua connaturale bellezza. Stannis invece, oltre a non spiccare per una particolare bellezza, non intende mai scendere a compromessi con i propri valori per compiacere il popolo. Questo fa di lui un sovrano poco amato, ma allo stesso tempo incredibilmente magnetico per lo spettatore.

La sua rigidità lo porta a non avere alcun particolare riguardo non solo per la sua popolazione, ma anche per i suoi più fidati amici e collaboratori. Ser Davos, unico Uomo di cui sembra fidarsi Stannis, vedrà amputarsi le prime falangi della sua mano sinistra a causa del suo passato da contrabbandiere.


Cosa spinge il Lord di Roccia del Drago ad innalzarsi come unico baluardo di giustizia nel suo mondo?

Il suo passato, il suo presente ed il suo futuro…

Stannis Baratheon fin dalla giovinezza è stato vittima dei giochi di potere, messo in disparte per la sua poca popolarità ma soprattutto per le sue competenze militari. Il fratello Robert infatti, quando era seduto sul Trono dei Sette Regni, pur di tenerlo lontano dai luoghi di potere decide di affidargli un incarico ben al disotto delle sue capacità, misconoscendo così il suo valore e i suoi meriti. Stannis non si lamentò mai di questo trattamento, perché sapeva quale importanza avesse il sacrificio per chi deteneva una posizione come la sua.

Attualmente, Stannis è colui che più di tutti può legittimamente reclamare il Trono, ma deve scontrarsi con invidie, maldicenze e con la sua stessa personalità, tutti elementi che rendono difficile tale impresa. Il futuro invece, si lega al suo concetto di sovranità: a differenza degli altri pretendenti, non vuole un regno da dominare e schiacciare, vuole regnare con giustizia e rettitudine.

La risposta alla domanda di prima risulta ora più chiara: giustizia e fermezza come unico mezzo per curare la dilaniante corruzione morale dei Sette Regni.

Stannis Baratheon a Davos Seaworth: “My enemies have made my kingdom bleed. I will not forget that. I will not forgive that. I will punish them with any arms at my disposal”


Fondamentalismo, dunque, come unica possibilità per un mondo migliore. Ma come tutte le ideologie che finiscono in –ismo e che hanno al centro una sola persona, l’ideologia finisce per identificarsi con la persona stessa.

Coadiuvato da Melisandre, Sacerdotessa del culto Rh’llor, Stannis si convince di essere un predestinato, Azor-Ahai rinato, l’unico in grado di salvare i Sette Regni dalla Notte senza Fine.

L’adozione di questa nuova religione comporta ovviamente la rinuncia alla vecchia, il Culto dei Sette, dominante in tutti i Sette Regni: ripudio della religione ufficiale come simbolo del ripudio di tutta la società corrotta, dell’intenzione di abbatterla e ricostruirla da zero.

Il passaggio da condottiero del popolo a Dio Incarnato è breve, e porta con se scelte dolorose e difficili.
Stannis inizia a mettere da parte la propria etica pur di realizzare il suo progetto, progetto che perde le fattezze di pensiero umano mutando in disegno divino.

Fratricidio, sacrifici umani, crimini aberranti… tutto ciò è compiuto da Stannis in nome del suo nuovo Dio e del ruolo che lui ha nel Suo Progetto. Benessere per il popolo e imposizione di una propria ideologia finiscono per confondersi e mischiarsi in una macchia grigia in cui diventa sempre più difficile distinguere i contorni.

Il culmine del processo di trasformazione di Stannis si ha nella penultima puntata della quinta stagione.

La sua crescita è in una fase di stallo, l’inverno sta sopraggiungendo e tutti gli sforzi fino ad ora compiuti rischiano di essere vanificati; secondo Melisandre bisogna sacrificare del sangue reale al Signore della Luce per assicurarsi la vittoria. Stannis è di fronte ad una scelta: sacrificare la propria figlia per perseguire i suoi scopi oppure tornare sui propri passi e porre fine al massacro di tante vittime innocenti. Accade ciò che lo spettatore, e forse lo stesso Stannis fino a poco tempo prima, mai si sarebbe aspettato: Shireen Baratheon viene arsa viva davanti agli occhi dei genitori e dell’esercito.

Lo sguardo di Stannis è gelido: triste e sconsolato a fatto compiuto sì, ma inizialmente fisso ed imperscrutabile. Sguardo che non fa trasparire emozioni, sguardo di chi mette davanti a tutto le proprie idee autoconvincendosi di aver preso la decisione giusta, sguardo di chi non ha più alcun barlume di luce e umanità dentro di se.

Stannis Baratheon rinnega definitivamente così la sua stessa moralità: la memoria del passato ha preso il sopravvento distorcendo la concezione del futuro; il Trono che prima era stato per lui simbolo di resurrezione di un intero popolo, diventa adesso abnegazione di se stesso, abiura della propria etica, viatico e soddisfacimento di un’ideologia incarnata in un Uomo-Dio.


TUTTI I NOSTRI ARTICOLI APPROFONDISCONO IL ‘LATO OSCURO’ DELL’UOMO IN FILM, SERIE TV E LETTERATURA. THE DARK SIDE SARA’ ANCHE IL TEMA DELLA PROSSIMA EDIZIONE DEL FIUGGI FILM FESTIVAL.

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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.


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