Roberto Saviano: Gomorra e il mito di Kalashnikov

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“Il migliore Robbe’, non deve avere bisogno di nessuno, deve sapere certo, ma deve anche fare paura.    Se non fai paura a nesuno, se nessuno guardandoti non si mette soggezione, allora in fondo non sei riuscito a essere veramente capace (…) Perchè puoi decidere della vita delle persone. Decidere. Salvarli o non salvarli. E’ così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male. Se invece sei un fallito (…) puoi solo fare il bene, ma quello è volontariato, uno scarto di bene. Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male”.


Gomorra, primo romanzo non-fiction di Roberto Saviano,è in grado di far compiere, come recita il titolo, un incredibile Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra.

Robbe’, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola?”- “Uno stronzo con la pistola”
“Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?” – “Uno stronzo con la laurea”
“Bravo. Cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?” – “Un uomo, papà!”
“Bravo Robertino!”  


Saviano è capace di accompagnare mostrando, senza esprimere giudizi né proporre strategie di cambiamento, una realtà che si giudica da sola.

Viaggio nel mondo del male  quale bramosia efferata di potere, ma con l’angolo di visuale che si può avere dal finestrino del proprio scompartimento in treno, al sicuro, mentre si osservano le diverse atrocità: contrabbando, sfruttamento, gestione del commercio internazionale, estorsioni, tangenti, traffico di droga e di armi, faide, ostentazione di religiosità verso un Dio che riconosce la priorità delle necessità dei clan,  smaltimento dei rifiuti tossici e non, catastrofi ambientali, costruzione di giganteschi complessi turistici e commerciali in Italia e all’estero… miliardi di euro…

Volti, personaggi e storie, sviluppate poi narrativamente nel film e nella serie, nel libro compaiono e scompaiono come porzioni di un paesaggio in movimento. Ma mentre le guardiano ci scuotono dal nostro ruolo di osservatori, ci interrogano, citandoci in giudizio.

Come Mariano, laureato in economia, affiliato al clan per gestire la distribuzione di alcune marche di caffè. Mariano e la sua euforia: voleva incontrare il suo mito, Michail Kalashnikov,  l’ideatore del mitra più facile da usare al mondo.

La sua invenzione ha consentito di diffondere “armi per tutti e massacri per ognuno”: ha ucciso più della bomba atomica di Nagasaki, più del virus dell’HIV, più della peste bubbonica…. più della somma di tutti i terremoti che hanno agitato la crosta terrestre.

Ora Michail è un’attrazione turistica, capace di far fare affari d’oro alla piccola cittadina russa in cui vive, e nella quale riceve, oltre ai turisti ai quali vendere gadget kitsch a forma di mitra, le foto dei numerosissimi bambini chiamati come lui in segno di libertà. Ma nelle foto appare sereno.


Porta con sè l’imperativo quotidiano dell’uomo al tempo del mercato: fa’ quello che devi fare per vincere, il resto non ti riguarda: “va tutto bene, non sono problemi miei, ho solo inventato un mitra. Come lo usano gli altri non mi riguarda” .

E da questo momento non siamo più al sicuro, Mariano e il suo mito inevitabilmente fa esplodere la raffica dei miti ai quali quotidianamente ci abbarbichiamo, per voler credere, per non pensare, per esultare di qualcuno o di qualcosa:

Il celebre indice “big mac” valuta tanto più florido un paese quanto più caro costa il panino nei McDodnald’s. Per valutare lo stato dei diritti umani invece gli analisti osservano il prezzo a cui viene venduto il kalashnikov. Meno costoso è il mitra più i diritti umani sono violati … sino ai ak-47 venduti in Yemen per ssei dollari. La camorra – gestendo una grossa fetta del mercato tradizionale di armi- determinerebbe il prezzo dei kalashnikov, divenendo indirettamente il giudice dello stato di salute dei diritti dell’uomo in occidente.

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Quanto costa un diritto inalienabile? Chi ha diritto ai diritti dell’uomo? C’è la criminalità diffusa e quotidiana. C’è il non chiedersi in che modo le merci arrivino fino a noi. C’è la visione della vita che porta a volere sempre di più, a conoscere le leggi della natura per snaturarle e abusarne invece che per nuotare in esse come il delfino nelle onde. C’è l’azione che va fino in fondo per ottenere ciò che ci si è proposti, ad ogni costo: poi quello che ne sarà non mi riguarda. C’è all’altro estremo il chiudere gli occhi, l’arrendersi disperando di poter far qualcosa.

Un libro ( e successivamente un film e una serie) che parla a voce alta. Molto alta. Ma indifferenza e silenzio sono danni ben maggiori dei pericoli di emulazione e assuefazione alla violenza rappresentata.


“Per amore del mio popolo non tacerò”

Come don Peppino Diana, ucciso dalla camorra:  

scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere. Non ebbe l’indolenza intellettuale di chi crede che la parola ormai abbia esaurito ogni sua risorsa, che risulti capace solo di riempire gli spazi tra un timpano e l’altro. La parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone. Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata d’acqua sugli sguardi imbrattati. Il tacere in queste terre non è la banale omertà silenziosa che si rappresenta di coppole e sguardo abbassato. Ha molto più a che fare col “non mi riguarda”. L’attegiamento solito in questi luoghi, e non solo, una scelta di chiusura che è il vero voto messo nel seggio dello stato di cose. La parola diviene un urlo. Controllato e lanciato acuto e alto contro un vetro blindato: con la volontà di farlo esplodere.

Parole e immagini. Per combattere l’apparente naturalezza del crimine in un clima di illegalità generale. Il male mostrato nelle estreme conseguenze, perché  ancora faccia inorridire, perché nessuno possa dire “non mi riguarda”.

*Le immagini inserite nell’articolo sono frutto del lavoro del fotografo di scena del film Gomorra: Mario Spada.


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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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