Il Signore degli Anelli-La Compagnia dell’Anello: La Corruzione del Male

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4 Premi Oscar, 4 BAFTA e un grande, immenso, merito: aver reso in immagine la fantasia.

Parliamo de Il Signore Degli Anelli- La Compagnia dell’Anello, primo capitolo della trilogia diretta da Peter Jackson, uscito nelle sale cinematografiche nel 2001. Tolkien, padre indiscusso del fantasy, pubblicò il romanzo Il Signore degli Anelli tra il 1954 e il 1955; migliaia di fan hanno atteso la trasposizione cinematografica del libro, vedendo realizzato il loro sogno quasi 50 anni più tardi. Dar vita e sembianze a personaggi che vivevano solo sulle pagine del romanzo e farlo in modo spettacolare e credibile: questo il più grande merito del regista.

Trama, cast, caratterizzazione dei personaggi, scenografie, effetti speciali… tutte le componenti del film, in grado di mantenere un ritmo avvincente nonostante i suoi 178 minuti di durata, contribuiscono ad un risultato straordinario.

Storia di coraggio, eroismo, sacrificio e virtù… ogni medaglia tuttavia ha due facce: l’altra faccia del Signore degli Anelli è la brama di potere, la fragilità dell’uomo, la corruzione del male.


Galadriel: “Tutto ebbe inizio con la forgiatura dei grandi Anelli. Tre furono dati agli elfi, gli esseri immortali più saggi e leali di tutti. Sette ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. E nove, nove Anelli furono dati alla razza degli uomini che più di qualunque cosa desiderano il potere. Perché in questi anelli erano sigillati la forza e la volontà di governare tutte le razze. Ma tutti loro furono ingannati, perché venne creato un altro anello. Nella terra di Mordor, tra le fiamme del Monte Fato, Sauron, l’Oscuro Signore, forgiò in segreto un Anello sovrano, per controllare tutti gli altri e in questo anello riversò la sua crudeltà, la sua malvagità e la sua volontà di dominare ogni forma di vita […] Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli”


Nel prologo del film viene raccontata la premessa, il pre-testo sottostante la storia: il male, impersonificato da Sauron, ha intenzione di dominare il mondo e le coscienze di tutti i suoi abitanti. Per ottener ciò fa leva su due condizioni esistenziali dell’uomo: vanità e avidità. L’uomo cede alla tentazione del male, vittima delle sue stesse smanie e debolezze. Debolezze che acquistano sfumature diverse a seconda delle razze: gli umani sono vittime del Potere, del desiderio di conquista e dominio; i nani sono schiavi delle loro ricchezze, della materialità; gli elfi sono dominati dalla superbia e dalla vanità.

La Terra di Mezzo, mondo incontaminato e utopico, viene soggiogato dall’oscurità… Un’alleanza riesce a opporre resistenza, a vedere ancora la luce, e riesce a sconfiggere Sauron. Ma la tentazione non è una realtà estemporanea: Isildur, figlio del re degli uomini, si lascia corrompere proprio nel momento di gettare l’Anello nel fuoco, condannando inesorabilmente il genere umano.


L’anello viene perso, il male sembra essere stato sconfitto e il tempo intanto passa: fine del prologo e inizio della narrazione.

L’uomo ha commesso un errore imperdonabile, il crimine che permette la nascita di tutti i crimini: non ha fatto memoria della sua Storia.
Il male invece non commette lo stesso errore e la sua influenza si fa più subdola.

 


Galadriel: Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua. Lo sento nella terra. Lo avverto nell’aria. Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda.


Il lato oscuro si impossessa di molti: Saruman, anziano stregone mentore di Gandalf e uomo di grande intelligenza, cade vittima dell’opportunismo. Convinto dell’impossibilità di sconfiggere il male decide di allearcisi, sperando allo stesso tempo di poter godere delle sue ricchezze e delle sue conquiste. Gli stessi membri della compagnia dell’Anello vivono un conflitto interiore: sono sì mossi dall’altruismo e dal coraggio, ma anche dall’orgoglio e dal desiderio di vicinanza all’anello.

L’anello infatti, non è solo l’oggetto\feticcio del male, ma ne è l’essenza stessa: in grado di sprigionare una propria volontà, corrompe lentamente l’animo di chi gli sta vicino, di chi è a contatto con la sua infima seduzione, come accade al valoroso Boromir.

Non a caso, quando Frodo indossa l’anello si ritrova al centro di un mondo straniante: tutto diventa invisibile; i colori si annullano lasciando il posto alle tenebre; la realtà appare distorta e vuota, circondata solo da gelo e nebbia. In questa dimensione infernale, il giovane hobbit ha una visione terrificante: un grande occhio avvolto dalle fiamme che lo osserva, lo scruta, vuole attirarlo a se.

Sulla scia dell’occhio del Grande Fratello Orwelliano, l’Occhio di Mordor esemplifica il concetto di male del film: nessuno è esente dallo sguardo maligno, tutti possono caderne vittime, tutti possono cedere al proprio lato oscuro.



Sauron: Non puoi nasconderti… io ti vedo! Non c’è vita nel Vuoto… solo morte!


A salvare Frodo non è tanto la sua forza di volontà o il suo coraggio, quanto la sua innocenza. L’unico che può assolvere al compito di portare l’anello, si discosta da tutti i modelli di virtù presenti nel film: non è forte, non è impavido, non è particolarmente saggio. Frodo è un mezz’uomo le cui caratteristiche lo accomunano più ad un bambino che ad un eroe, proprio per questo perfetta icona della semplicità e della purezza.

La sua essenza infantile e la sua assoluta genuinità lo portano ad essere il perfetto candidato per questa immensa missione che sovrasta il suo corpo minuto, corpo che per ora sembra essere l’unico a non esser stato corrotto dal male.

Ma in fondo questa sembra essere proprio la chiave di lettura del film: se un oggetto infinitamente piccolo e apparentemente insignificante come un anello ha potuto incarnare il male e tutte le sue corruzioni, allora forse proprio il più piccolo e apparentemente insignificante degli esseri umani può incarnare il bene.



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Gianluca Badii

Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.


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