Susanna Tamaro e l’accusa di sentimentalismo

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Un’accusa infamante macchia la reputazione di Susanna Tamaro, una delle scrittrici italiane di maggiore successo internazionale. È un’accusa che striscia pigramente nei meandri della sottocultura nostrana, abitata per lo più dai consumatori di pregiudizi, categoria questa che coincide stranamente con quella di coloro che nella vita non hanno letto molti libri. E che di certo si sono tenuti ben lontani dalla ricca produzione letteraria della celebre scrittrice triestina.

Gli altri accusatori sono loro: i sedicenti esperti, quelli che dalle colonne di un giornale pretendono di squarciare l’oscurità che avvolge il sonno della plebe.  Loro non leggono libri: li sfogliano. E a loro dobbiamo essere grati, perché ci ricordano che la pigrizia alimenta inevitabilmente la stupidità e fanno venir voglia di precipitarci in libreria.

Ora, l’accusa a cui ci riferiamo è quella di sentimentalismo. E chi conosce Susanna Tamaro, chi ha letto veramente Susanna Tamaro, chi ha minimamente compreso Susanna Tamaro sa che non c’è peggior accusa che le si possa rivolgere. È un’ingiuria bella e buona e, ancor prima, è una clamorosa bugia.

“Va’ dove ti porta il cuore”, ricordiamolo – perché è questa una delle fonti del pigro pregiudizio – non sponsorizza la via dei sentimenti a discapito della ragione. Al contrario: invita alla ricerca del proprio sé più profondo attraverso un’analisi dei sentimenti. E come chiarisce la stessa Tamaro, “confondere l’analisi del sentimento profondo con il sentimentalismo è un grande segno di ignoranza umana e culturale”.

La sua piena incompatibilità con il sentimentalismo è chiarita, senza equivoci residui, in “Ogni angelo è tremendo”, una delle più crude, oneste e spietate autobiografie mai scritte. Certo, i lettori di “Rispondimi”, di “Anima mundi”, di “Per sempre”, di “Per voce sola” sono già consapevoli di ciò che “Ogni angelo tremendo” esplicita.

Sanno già che l’inquietudine, il rapporto con l’ombra, l’esplorazione del cuore di tenebra dell’uomo sono le categorie fondanti dell’intero percorso di Susanna Tamaro. Lo sanno, ma sono lieti della definitiva conferma.

Una Susanna ancora bambina – ci è raccontato nei primi capitoli di “Ogni angelo è tremendo” – vive, per così dire in prima persona, la straordinaria avventura del batiscafo Trieste, che nel gennaio del 1959 raggiunge il fondo dell’oceano, a 10.902 metri, nella Fossa delle Marianne. I mostri che abitano le profondità del mare evocano la crudeltà universale, quella che la futura scrittrice sceglierà di non ignorare mai: “Vivere è divorarsi a vicenda. Divorare e venir divorati. L’abisso, con la sua oscurità in perpetuo movimento, non consente la menzogna”.

Ma – ed è questo ciò che salva dalla resa nichilista – ecco l’inusitata sorpresa. Jacques Piccard, uno dei due esploratori a bordo del Trieste, al ritorno in superficie dichiara: “Pensavo di trovare laggiù l’oscurità totale, invece, a un certo punto, con mia grande sorpresa, il fondo apparve luminoso e chiaro”.  E Analogamente la Tamaro può dire: “tutti i miei libri attraversano l’oscurità, non per il compiacimento di farlo, ma per scoprire il punto in cui, a un tratto, il buio misteriosamente si può trasformare in luce”.  E “tutti i miei libri perlustrano i territori dell’inquietudine e dello smarrimento perché, solo nel momento in cui si sa di non avere una strada, si comincia davvero a cercarne una. 

Soltanto nel momento in cui si accetta l’inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell’umanità”.

Susanna Tamaro nasce nell’aspro, crudele territorio triestino, dove la violenza della Bora è eco della violenza di un’infanzia che non ha conosciuto l’amore che avrebbe meritato. L’indifferenza, l’egoismo assoluto dei genitori la condannano alla precoce scoperta di “un male feroce, potentissimo. Tutto ormai era nudo davanti al mio sguardo, la mia persona e la purissima gelida forza di distruzione stavano uno di fronte all’altro, immersi nella contemplazione”. Ritroviamo la stessa crudezza nei racconti che compongono “Per voce sola”, quelli che fecero dire a Federico Fellini che era dai tempi della sua lettura di Dickens che non aveva provato delle emozioni così profonde.

E ogni sospetto superstite di candido buonismo sentimentale crolla definitivamente quando leggiamo: “L’illusione di Rousseau – cioè dell’uomo che nasce naturalmente buono – la lascio agli spiriti ingenui, a tutti coloro che non sono mai stati costretti a guardare in faccia la vera natura dell’essere umano. Il male ha natura volatile, leggera, inodore e invisibile, penetra ovunque senza alcuno sforzo, invade le persone, senza che se ne accorgano. Da questa assenza di contemplazione interiore nasce il ricorso al capro espiatorio. Il male non è in me, ma nell’altro, per questa ragione va perseguitato e annientato”.  E ancora: “[…] Eppure il demone è assolutamente necessario. Senza la sua presenza si rimane nel limbo stucchevole dei buoni sentimenti, mantelli rosati deposti sulla belva che ci ruggisce dentro”.

E allora diciamola tutta: abbiamo maledettamente bisogno di Susanna Tamaro. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci svegli dal torpore del sentimentalismo prendendoci amorevolmente a schiaffi.  E non è soltanto la cultura popolare italiana, quella alimentata dai melodrammi agiografici della televisione nostrana, a soffrire dell’incapacità di misurarsi con la complessità del reale. Anche parte della classe culturale cosiddetta “alta” sembra essere attraversata da una spaventosa miopia intellettuale, che le impedisce di comprendere il valore che riveste “il racconto del male”, con la sana inquietudine che ne discende. Ci riferiamo alla categoria dei moralisti accademici, dei censori, di quelli che urlano allo scandalo alla vista dei corpi che raccontano la devastazione del male. Perché loro vorrebbero nascondere tutto. Perché loro dimenticano che il male è spesso invisibile e che se impariamo a riconoscerlo possiamo disinnescarne il potenziale distruttivo.

Ecco perché il “cuore pensante” di Susanna Tamaro è tanto prezioso: ci salva dalle illusioni dispensate dagli ingenui orticelli perbenisti e ci attrezza ad affrontare le ferocie della vita. E non è poco.

Ed ecco perché Susanna Tamaro incontrerà i giovani giurati del Fiuggi Film Festival in un’edizione tutta dedicata al “lato oscuro”.



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Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


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