Notre-Dame de Paris: il dolore di un amore che fa male

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Ragione e follia, scienza e fede, luce e tenebre, bene e male, austerità e goliardia, sublime e grottesco… queste coppie antitetiche sono spesso oggetto di scritti, racconti e saggi, solitamente trattate singolarmente per meglio valorizzarle e comprenderle… ma accade che a volte tutti questi elementi possano essere rintracciati in un’unica opera.
Se ciò non bastasse a soddisfare le più esigenti richieste, accade a volte che tutto ciò, in un immenso sforzo di genio e doti artistiche, possa essere delineato in una sola figura, in cui complessità e immediatezza corrono parallele: questo è ciò che accade con Claude Frollo in Notre-Dame de Paris, romanzo storico scritto nel 1831 da Victor Hugo.

In un’opera in cui non esistono protagonisti, la figura del prete emerge per la sua ambiguità.

Uomo di chiesa e fede, Frollo si autoimpone rigidi principi morali e tenta di imporli a tutta la comunità parigina.
La sua rigidità però non gli impedisce di elevarsi a protettore degli indifesi: è lui infatti a salvare Quasimodo da morte certa, donandogli una seconda vita, uno scopo, un posto nel mondo. Difensore e padre del Gobbo, il prete ne diventa metaforicamente voce e linguaggio, dandogli la possibilità di non essere totalmente escluso dal mondo, da quel mondo che lo ha rifiutato e con cui non riesce a comunicare.

“In un’opera in cui non esistono protagonisti, la figura del prete emerge per la sua ambiguità; Frollo è l’archetipo dell’uomo intellettuale”

Uomo timorato di Dio e amante delle scienze, Frollo è l’archetipo dell’uomo intellettuale. Studioso, colto, sacerdote erudito. L’arcidiacono è l’anima e l’essenza dell’opera e non a caso la sua vita si identifica con la cattedrale stessa, assorbendone le peculiarità e soprattutto le contraddizioni: è tenebroso coma la cattedrale e  allo stesso tempo brilla di sprazzi di luce, il suo genio è imponente come la mole della chiesa, fa dell’alchimia la sua più grande passione ricalcando i sinistri riferimenti alchemici di Notre-Dame e se la cattedrale è stata costruita come glorificazione di Dio, lui ne è un umile servitore.

Ma il contrasto più evidente che permea il romanzo e che di conseguenza permea la vita di Frollo, è quello tra Notre-Dame stessa e la Corte dei Miracoli, tra rigidità religiosa e vita notturna, tra parigini e zingari. L’arcidiacono detesta i gitani, fa di tutto affinché se ne vadano dalla città, colpevoli di condurre una vita immorale e di aver allontanato da lui il fratello Jean. Rigore, austerità, fermezza… sono tutte caratteristiche su cui Frollo ha basato la sua vita, ma che nulla possono contro l’imprevedibilità della natura umana.

Frollo infatti è prima di tutto un essere umano e in quanto tale non è esente dalle debolezze… e la debolezza che lo colpisce lo divora, gli consuma l’anima e lo snatura: la passione amorosa.

6 Passione verso Esmeralda, una donna che, per un ironico fato, fa parte di quel popolo tanto odiato; passione che quanto più è stata repressa, causa il suo voto di castità, tanto più esplode in tutta la sua violenza e perversione, dando spazio e vita ai suoi desideri più inconsci e reconditi. La scoperta della sensualità femminile ha effetti devastanti in lui: non può averla perché prete, non può averla perché facente parte di una casta che stride con i suoi principi morali, ma non può neanche sopportare di vederla con qualcun altro. La passione diventa desiderio di possesso: vorrebbe possederla sessualmente, vorrebbe possedere soprattutto la sua purezza, una purezza che Frollo sente di non avere più, una purezza che forse non ha mai avuto.

In preda ad un dubbio amletico, Frollo non è in grado di scegliere tra l’amore per la bella gitana e l’amore e l’obbedienza verso Dio.

Esmeralda come simbolo e manifestazione dei desideri di Frollo dunque, ma anche come nuova consapevolezza del prete dei propri limiti e delle proprie sconfitte esistenziali: sconfitta come prete, non essendo in grado di far tacere i propri istinti; sconfitta come uomo, non riuscendo a condurre una vita coerente.

Tutto ciò porta il prelato alla pazzia e all’inesorabile declino, abbracciando le caratteristiche dell’eroe byroniano: un eroe che, dimostrando qualità opposte a quelle di bontà, forza d’animo e coraggio, muta la sua natura trasformandosi in anti-eroe.

Dal ‘Musical Notre Dame de Paris’, Frollo

Bella…
È il demonio che si è incarnato in lei
Per strapparmi gli occhi via da Dio, lei
Che ha messo la passione e il desiderio in me
La carne sa che paradiso è lei
C’è in me il dolore di un amore che fa male
E non m’ importa se divento un criminale
Lei…
Che passa come la bellezza più profana
Lei porta il peso di un’ atroce croce umana
O Notre Dame!
per una volta io vorrei
Per la sua porta come in chiesa entrare in lei

2 Ciò nonostante, se Esmeralda e Quasimodo sono vittime delle loro ingenuità, lo stesso arcidiacono è una vittima, forse la più grande vittima del romanzo: vittima della propria intelligenza. Pur riconoscendo il suo peccato, Frollo è attanagliato dalle catene del suo intelletto e della sua posizione sociale, incapace di manifestare i suoi sentimenti per non perdere la sua dignità e la sua amata cattedrale, di cui lui è essenza ed estensione.

Frollo: “No! fanciulla!”, disse il prete. “Abbi pietà di me! Tu ti credi sventurata: ah! non sai che cosa sia la sventura. Amare una donna: essere prete! essere odiato! Amarla con tutto il furore dell’anima; sentire che si darebbe, per il suo più piccolo sorriso, il proprio sangue, le viscere, il buon nome, la salute, l’immortalità, l’eternità, questa vita e l’altra: piangere perché non si è re, geni, imperatori, arcangeli, Dio, per poterle mettere un più grande schiavo ai piedi; sognarla tutta la notte, pensarla tutto il giorno, vederla innamorata di una livrea da soldato! e non avere da offrirle se non una sudicia sottana da prete, da metterle paura e disgusto!”

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Gianluca Badii

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Studente di cinema alla Sapienza di Roma e giornalista (se così si può dire) cinematografico; da quest'anno faccio parte dello staff del FFF. Fin da quando mio padre mi fece vedere "C'era una volta in America" a 8 anni, la settima arte è per me una ragione di vita. Da sempre l'uomo dell'ultimo minuto, ma sono convinto che ciò che importa è il contenuto, non la forma.


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