Il Racconto dei Racconti: quanto costa un desiderio

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Che Garrone non fosse proprio un buonista lo sapevamo. Che non si facesse alcuno scrupolo a mostrarci sangue vero e crudità di animi anche. Ma che volesse farlo investendo i 12 milioni di euro del suo primo film inglese in una rivisitazione di tre favole napoletane seicentesche, ambientate in posti magici e surreali ma girate tutte in Italia ci ha sorpreso.

Ha vinto la sfida scegliendo tre tra le 50 favole del Lo Cunto de li Cunti (o Pentamerone)  di Giambattista Basile (Napoli 1575 – 1632), libro che chi pensa che i racconti possano veramente finire in un “vissero tutti felici e contenti”, chi ritiene che l’unico modo di raccontare sia tranquillizzarci sulla possibilità di controllare gli eventi purché ci si comporti “bene”, deve senz’altro evitare di leggere.

E il libro del Basile inizia così:

C’è un proverbio di quelli stagionati, di vecchio conio, che dice:
chi cerca quello che non deve trova quello che non vuole.

 

La sceneggiatura del film riecheggia, in uno stile narrativo a dir poco atipico, la struttura della raccolta di novelle del libro. Cerchi non concentrici, linee curve chiuse ma intersecantesi su molti piani e delimitanti pochi spazi comuni, allusioni e metafore senza tempo, passaggi dal fantastico al reale. L’identificazione non può essere dunque con un personaggio ma con l’incipit stesso del libro di Basile. Quanto siamo disposti a pagare per soddisfare la nostra cupidigia, fosse anche cupidigia per fini apparentemente buoni? Fosse anche cupidigia spirituale?

Già i titoli delle favole sono tutto un programma.

La cerva fatataLa polece e La vecchia scortecata (nel film rispettivamente La reginaLa pulce Le due vecchie).
Tre storie di tre donne in tre regni. Tre storie di desideri grandi, troppo grandi, illecitamente grandi.

Per la Regina di Selvascura il desiderio di “avere” un figlio è al di sopra di ogni cosa, al di sopra della vita dello sposo, al di sopra del bene del figlio stesso, al di sopra della vita del suo gemello: tanto da dover essere “uccisa” dal figlio, ignaro che fosse lei a celarsi sotto le spoglie di una bestia oscura, morte necessaria all’emancipazione dall’invadente ingombro materno.

Per la principessa di Roccaforte il desiderio di sposarsi per dare senso ad una fatua vita di corte, inascoltata, non conosciuta e quindi non amata, prigioniera di un padre che invece cura e nutre sino all’inverosimile una pulce (metafora del proprio ego?): il desiderio di evadere, insieme con una coazione ad amare tutti tranne che se stessa, al punto da sottomettersi all’inerzia del padre che la dà in sposa ad un orco pur di rispettare le clausole di un torneo.

Ad Altomonte regna il desiderio di arraffare il più possibile dalla vita, in un’insaziabile e quindi ingoduta fame di corpi da parte del re, tra inverosimili e ridicoli inganni di due vecchie che esigono di ritornare alla ormai perduta giovinezza. Decine di bugie non faranno una verità, e il re erotomane, che vuole sfuggire alla vecchiaia tanto quanto la giovane/vecchia Dora, rimarrà vittima sia dell’inganno perpetrato a suo danno, che di quella vecchiaia esorcizzata sfruttando e quindi distruggendo ogni briciolo di umanità.

Quanto costa un desiderio?

Dicono che non costi nulla. Anzi nelle favole ascoltiamo spesso: “… E tanta fu la forza del suo desiderio….”

Il pensiero magico infantile, sempre presente nostra storia personale e in quella sociale attraverso miti, fiabe, riti di magia, stregoneria, superstizione, così come nelle intramontabili e suggestive teorie sulla forza creatrice del pensiero, crede nella realizzazione dei desideri per il semplice fatto di desiderarli.

Tuttavia il desiderio realizzato ha un prezzo, ben più alto dell’impegno necessario alla realizzazione stessa. Talora un prezzo troppo alto, paragonabile nel film all’intensità e all’importanza di ciò a cui si ambisce:

“Ogni vita richiede una morte, è la legge dell’equilibrio”.

Le tre storie si intersecano un’ultima volta nel matrimonio finale e i tre regni e chi li rappresenta si trovano a guardare naso all’insù un funambolo in grado di mantenere proprio quel difficile equilibrio tra desiderio e liceità, tra luce e ombra, su una fune che spacca in due l’abisso.



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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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