Breaking Bad: perchè odiamo Skyler White?

skyler_copertina

Breaking Bad” – lo abbiamo detto – è il dipinto della complessità umana, delle infinite gradazioni che contrassegnano l’agire morale dell’uomo ordinario. Non c’è spazio per rappresentazioni stereotipate: contraddirebbero il DNA della serie. Di più. Ogni personaggio che popola l’universo narrativo di Vince Gilligan è così spudoratamente vero da generare nello spettatore un “gioco” di rispecchiamento potenzialmente inquietante.  E lo sappiamo, ormai: il segreto del miglior cinema e della miglior serialità televisiva risiede proprio nella loro capacità intrinseca di istituire un percorso di esplorazione dell’anima alternativo a quello prodotto dall’esperienza reale, senza però tutti i limiti dell’esperienza reale.

In breve, il cammino di Walter White è il cammino dell’uomo che desidera restituire alla vita gli schiaffi che la vita gli ha dato. Da vittima passiva degli eventi, l’ultimo dei quali è la sentenza di morte per cancro che dovrebbe congelare ogni possibilità di riscatto, Walt, proprio in forza della fine imminente, decide – lo ribadiamo ancora una volta – di farsi titolare assoluto della propria vita. È un ribaltamento esistenziale così radicale da rendere ogni confine morale potenzialmente oltrepassabile, perché quel che conta, in fondo, è soltanto dimostrare a se stessi di essere al comando: “I am not in danger. I am the danger”. E, in effetti, quella che c’è raccontata è una discesa progressiva negli Inferi. Progressiva, perché l’asticella morale si abbassa via via sempre più. Da un omicidio perpetrato per legittima difesa (quello di Krazy-8) si passa alla strage pianificata (quella dei testimoni in carcere).

Fino al momento in cui non ci rendiamo perfettamente consapevoli delle conseguenze di tale oltrepassamento – e nella serie sono evidentissime – non possiamo che solidarizzare con Walter/Heisenberg, perché lui realizza per noi, negli spazi dell’immaginazione, un desiderio che nella vita reale non c’è concesso di realizzare: quello della radicale indipendenza ontologica. Questa è la radice dell’empatia che ci lega, nonostante tutto, a Walter White.

Si può scegliere di essere onesti con se stessi e accettare la presenza in noi di questo mefistofelico orgoglio oppure si può fingere di essere anime candide garantendosi così il biblico sonno del giusto. Non si accusi, però, Gilligan di essere promotore di una visione cinica e disperante dell’uomo, perché Gilligan è tanto onesto nel rappresentare la fascinazione della libertà illimitata quanto nell’evidenziarne le conseguenze nefaste.

Non c’è episodio della serie che non ci ricordi che le scelte del singolo, per quanto personali esse sembrino, hanno inevitabilmente una ricaduta sugli altri. Siamo parte di un tessuto sociale, che ci piaccia o no. Il male nasce dalla “dimenticanza” di questa evidenza; nasce dall’anteporre noi stessi agli altri. Questo è chiarissimo in “Breaking Bad“.

Detto ciò, ha ora senso affrontare un problema che anche Gilligan si è posto, vale a dire “il problema Skyler White“. È cosa nota, infatti, che il personaggio della consorte di Walter White, specialmente nel corso delle prime tre stagioni della serie, sia stato colpito da un’onda d’odio senza precedenti.  Ne sono esempi clamorosi la pagina Facebook “I hate Skyler White” (con un discreto numero di followers) e le minacce personali rivolte alla bravissima Anna Gunn, la pluripremiata attrice che l’interpreta.

Vediamo come lo stesso Gilligan presenta la questione: “In the early days Skyler was the voice of morality on the show. She was the one telling Walt, ‘You can’t cook crystal meth’. She’s got a tough job being married to this asshole. […] People are griping about Skyler White being too much of a killjoy to her meth-cooking, murdering husband? She’s telling him not to be a murderer and a guy who cooks drugs for kids. How could you have a problem with that?

Lo stupore di Gilligan è rivelativo della forza della storia, nella misura in cui essa supera le intenzioni del suo autore. Gilligan non preventivava certo che il personaggio di Skyler potesse divenire il bersaglio di una “campagna” d’odio. Non doveva che rappresentare la voce della coscienza. Eppure – ed è questo l’elemento spiazzante – è così forte il meccanismo di identificazione dello spettatore con il protagonista che Skyler, da freno morale puramente narrativo, si trasforma in una potente forza inibitrice del desiderio reale dello spettatore, il desiderio di vedere Walter White riuscire nell’impresa di affermare se stesso, costi quel che costi. Perché Walt – di nuovo – è uno di noi. Perché come noi ha subito sconfitte e merita una rivincita, la rivincita che anche noi sogniamo. E nessuno deve impedirlo. Non possiamo certo uccidere chi limita la forza espansiva del nostro ego, ma possiamo cullarci nell’odio di chi simbolicamente ne fa le veci.

Bisogna ammettere, del resto, che la funzione limitante di Skyler non riveste esclusivamente una valenza positiva. Nei primi episodi della serie ci è descritta, ad esempio, come marcatamente impositiva: le decisioni finali in casa White spettano a lei, questo è chiaro. Per non parlare poi del “family meeting” che Skyler organizza per convincere Walt a sottoporsi al massiccio trattamento anti-cancro. Il commovente discorso di Walt contiene in nuce l’anima del personaggio e il suo sviluppo futuro:

Look, we all in this room, we love each other. We want what’s best for each other and I know that, I am very thankful for that. What I want… what I want, what I need… is a choice. […] Sometimes I feel like I never actually make, any of my own… choices. I mean, my entire life it just seems I never… had a real say about any of it. This last one, cancer, all I have left is how I choose to approach this. […] You’ve read the statistics sheet, these doctors talking about surviving, one year, two years, like it’s the only thing that matters. But what good is it to survive if I’m too sick to work, to enjoy a meal, to make love. For what time I have left, I want to live in my own house, I want to sleep in my own bed. I don’t want to choke down 40 or 50 pills every single day, and lose my hair, lie around, too tired to get up, and so nauseated that I can’t even move my head. You cleaning up after me. Me… me some um… some dead man, some artificially alive, just marking time… No. And that’s how you would remember me. That’s the worst part. So… that is my thought process, Skyler… I’m sorry, it’s just I choose not to do it.”

La risposta di Skyler è il ricatto affettivo. Finché Walt non deciderà di accettare il trattamento, Skyler gli farà mancare il suo sostegno. Walt, alfine, decide sì di sottoporsi alle cure mediche per compiacere la moglie, ma al contempo trova un altro modo per esercitare il suo diritto di scelta, ed è quello che lo consegna ai tentacoli del crimine. È naturale, quindi, chiedersi se anche Skyler non abbia una parte di responsabilità per tutto quanto accadrà.

Il moto di antipatia nei confronti della consorte di Walt, ad ogni modo, si allenta con il procedere della serie, che vede peraltro una sorta di involuzione del personaggio. Skyler, prigioniera della paura (di perdere i propri figli, anzitutto), ma – a differenza di Walter – non del proprio ego, si rassegna a diventare complice dell’impenitente marito. Ecco la sua struggente confessione: “I don’t have any of your magic, Walt. I don’t know what to do. I’m a coward. I can’t go to the police, I can’t stop laundering your money, I can’t keep you out of this house, I can’t even keep you out of my bed. All I can do is wait. That’s it, that’s the only good option. Hold on. Bide my time. And wait. […] For the cancer to come back”.

Difficile non simpatizzare per lei quando è ridotta ad un impotente guscio di se stessa. A Skyler White, cui non abbiamo perdonato l’affair con Ted Beneke (in realtà uno stratagemma obbligato per poter allontanare Walter), siamo ora disposti a concedere un po’ della nostra pietà. E la pietà diventa comprensione e affetto quando la ritroviamo sola, in quella piccola triste casa, nell’ultima puntata della serie. Vorremmo quasi abbracciarla. Vorremmo chiederle scusa per aver condiviso, con Walt, l’ebrezza di un volo temerario nelle profondità dell’ego. Poi ci ricordiamo che è tutta una finzione.
O forse no.

(L’approfondimento è parte della raccolta di saggi “Breaking Bad. La ‘soluzione’ del male” disponibile su Amazon in formato Kindle)



MEDIAPARTNER

Share this Post

About the Author
Emanuel Madaschi

Emanuel Madaschi

"La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate", e in questo senso mi sono sentito sempre molto solo. Bergamasco nell’anima, e fiero di esserlo. Romano nella guida, per necessità. Credo nella filosofia come arte del domandare, nella musica come terapia sedativa, nel cinema come detonatore di verità. Non potrei vivere in un mondo senza Sprite.


INTO THE DARK