“L’attentatrice”: l’oscura responsabilità della sofferenza altrui

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Si ha il diritto ad essere felici in un mondo che soffre? Le strategie che ciascuno di noi elabora per convivere con il dolore di chi amiamo, del nostro popolo, di fratelli lontani o, peggio, con la prospettiva di dolore dei nostri figli, son tutte ugualmente lecite?

Nel romanzo di Yasmina Khadra (pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, nato in Algeria nel 1955) l’inevitabilità del male e l’universalità della sofferenza umana diventano Storia (L’Observateur)

Il dottor Amin Jaafari, cittadino israeliano di origine araba, lavora a Tel Aviv come chirurgo, vedendo “pazienti” dove altri vedono nemici, uomini da curare indipendentemente dal loro essere israeliani, arabi, islamici o fondamentalisti. Cerca senza sosta di “far rinascere la vita dove la morte ha scelto di agire” .

I suoi sforzi vengono ripagati dal successo esteriore e dalla pace interiore, sa di fare la cosa giusta. Dalla povertà di un villaggio arabo nei pressi di Jemin agli studi lontano, alla carriera di chirurgo, sereno in una vita relativamente agiata, in un idillio perfetto di amore con la giovane moglie convinto della felicità di entrambi.

Eppure non sa di vivere nell’oscurità: quella di chi ignora. Forse ha scelto di ignorare. Per ritagliarsi uno spazio in cui illudersi di poter agire.

attentatoLa moglie è una kamikaze e a lui tocca riconoscerne i brandelli di cadavere. Attonito scopre che la bellissima donna, felice di vivere nell’agio accanto a lui, in realtà “guardava in un’altra direzione” e gradualmente, non sicura di essere degna della propria fortuna, era entrata nell’oscurità della menzogna di una doppia vita: integralista, per dare con il suo martirio spazio alla causa del suo popolo, per esigere i diritti negati ai suoi futuri figli attraverso la morte di altri bambini, innocenti presenze nel locale dove festeggiavano un compleanno.

C’è più oscurità in chi non riesce a vedere o in chi non vuole mostrarsi?

Una cosa sola nel matrimonio, profondamente innamorati, entrambi arabi, oppressi e orfani, ma profondamente diversi e incomprensibili l’uno all’altra. Uno con la vocazione a trovarsi dalla parte di chi salva, l’altra con la certezza che dare e cercare la morte possa essere un’ambizione, qualcosa di legittimo. In entrambi il desiderio di essere felici e la necessità di essere in pace con se stessi. In entrambi l’inevitabilità del male, pur nella libertà e consapevolezza della scelta.

figli“Non mi sono accorto di niente, sembrava così felice…”
“Sei tu che volevi renderla talmente felice che rifiutavi di vedere quel che poteva gettare ombra sulla sua felicità. (…) Ma lei voleva meritare di vivere, meritare il suo riflesso nello specchio, meritare di ridere a crepapelle, non solo approfittare delle proprie opportunità. (…) Come accettare di restare ciechi per essere felici?”

Solo nel finale il sogno dell’anima liberata dal corpo che corre come un bimbetto sul crinale delle colline, battendo le mani, con il visetto raggiante, più veloce del dolore, del desiderio, del tempo. “E sogna! – gli intima il padre artista – Sogna di essere bello, felice, immortale!”



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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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