Orson Welles: fake or real?

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In Quarto Potere (Citizen Kane, di Orson Welles, USA 1941)  il Gran Khan americano, il magnate della stampa di ogni tempo, muore e la sua ultima, enigmatica, parola è “Rosebud”.

In ogni morte ciò che commuove è la sintesi estrema dei passi compiuti nel percorso dell’intera vita.
In quell’ultimo momento tutto esplode come nel finale di una sinfonia, implodendo al tempo stesso.
Le braccia del direttore di orchestra scendono finalmente lungo i fianchi e il silenzio prende il posto della musica, mentre la mente cerca di imprimere nella memoria le ultime battute.

Gli stessi giornalisti di Charles Foster Kane  vanno dunque alla ricerca del significato di quella parola per poter raccontare “non solo che sia morto o quello che ha fatto, ma cosa era”.
Le innovative tecniche di regia, che fanno di questo film una pietra miliare della cinematografia ( il piano sequenza, il grandangolo, gli effetti di luce e di profondità di campo, il trucco teatrale sul volto degli attori, i primi piani o le dissolvenze, il tutto in un bianco e nero estremamente suggestivo) sono esattamente la realizzazione del significato profondo del film, linea che costituisce il fil rouge della produzione di Welles: in realtà ciò che appare è inevitabilmente una maschera posta su altre maschere. L’essenza vera dell’uomo è indicibile e inconoscibile e la comunicazione altera ulteriormente la conoscenza della realtà.

“Non ho notizie importanti per un titolo a tre colonne”
“Se il titolo è grande la notizia diventa importante”

Così la dichiarazione programmatica iniziale, di comunicare onestamente senza interferenze di interessi personali, crolla rapidamente in un percorso che in realtà mira a ottenere, attraverso un’apparenza integerrima, rispetto, considerazione, in definitiva amore.

“Il suo scopo è convincere gli altri che vuol loro tanto bene, costringerli a ricambiare, devono volergliene anche loro, ma devono farlo alle sue condizioni”


welles5Il cittadino Kane ha fiducia solo in se stesso e utilizza il bene compiuto come strumento. Nel suo miliardario mecenatismo dona molte cose, ma mai se stesso. Perfino nel rapporto con le sue compagne di vita l’amore, autentico all’inizio, si corrompe nel momento in cui la pubblica ostentazione di esso diventa strumento di potere. Maschera sì, ma che rimanda all’esigenza più profonda della sua anima:

“L’unica cosa che abbia mai cercato è l’amore. Il suo guaio è non averlo mai ottenuto. Probabilmente perché non ne aveva molto da dare”

E nella parola pronunciata in punto di morte il rimpianto di un’infanzia semplice e povera interrotta  troppo presto, di un animo sereno al quale bastava uno slittino e la neve per essere felice,  nella consapevolezza di essere amato incondizionatamente.

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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