Je suis Dorian Gray

dorian_gray

dorian metà matitaSi, anche io sono Dorian Gray.

Lo sono come tutti voi, quando desidero apparire migliore di quanto so di essere, quando vorrei poter consegnare ciò che di me necessita perdono ad un altro-me, ad un ritratto nascosto da una pesante tenda e chiuso a chiave in una soffitta inutilizzata da decenni.

Un alter Ego, immagine silenziosa della coscienza, che prenda su di sé gli effetti del male prima desiderato e poi compiuto,  che manifesti in vece mia le orribili conseguenze del tempo che scorre inesorabile:

“E non perdoneranno a te le ore:
le ore che limando vanno i giorni,
i giorni che rodendo vanno gli anni”
L. de Gòngora y Argote

SOFFRIAMO DI ORGOGLIO OSCURO.
E L’ORGOGLIO NON CHIEDE PERDONO, CERCA DI NASCONDERE.

A un tratto però ci si offre un’opportunità: la tela del ritratto di Dorian diventa telo, schermo cinematografico, diaframma che ci mostra, proteggendoci al tempo stesso, le realtà parallele che vivremmo se dessimo corpo ad ogni pulsione, se lasciassimo all’oscurità che abita in noi la possibilità di dominarci.

dorian gray 4Dorian davanti al suo ritratto non tanto quindi come scissione  tra l’apparenza del bene e le conseguenze del male, ma piuttosto quale spettatore davanti alla rappresentazione oggettiva e concreta del suo percorso lungo le strade buie. Sino all’abisso.

In ciò si manifesta un terzo significato dell’arte rispetto ai due di cui parla Oscar Wilde nel romanzo stesso:

- il primo, che riconosce alla rappresentazione un valore di strumento formativo attraverso la semplice imitazione, idea che al tempo della pubblicazione condannò come immorale la storia di Dorian ma anche attualmente vede sempre nella raffigurazione del male la sua apologia;

- il secondo per il quale l’utilità dell’arte  è di non avere nessuna utilità, di essere solo surplus estetico di bellezza;

Si può invece parlare di “esperienza vicaria”, evidente in particolare sullo schermo cinematografico dove è possibile esperire a distanza di sicurezza i conflitti, essere dentro la rappresentazione rimanendone fisicamente fuori, ferirsi senza spargimento di sangue, vivere vite di altri per conoscere meglio se stessi.

Il rispecchiamento di sé sullo schermo comporta il prendere atto dell’ impossibilità per ciascuno di essere completamente buono ( e, per fortuna, anche di essere completamente maligno).

Invece le speranze di Dorian Gray, nella sua ricerca prevalentemente estetica della perfezione,  crollano quando scopre che in ogni azione, anche buona, permane una qualche radice meno pura, fosse anche solo una ricerca di soddisfazione del proprio ego.

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Egli pensa che ciò sia segno della sua impossibilità di cambiare, di compiere a ritroso il percorso che lo ha allontanato dall’innocenza. Non accoglie la necessità di riconoscere la propria fragilità, di accettare i tempi del cammino, sopportare le cadute e curare le ferite.

Lacera perciò la tela ritenendo la scissione tra lui e la coscienza che essa rappresenta la causa dei suoi atroci misfatti: il ritratto invece ritorna alla bellezza originaria mentre lui stesso viene investito dall’orrore dal quale era stato sino ad allora protetto.

A nulla vale cioè il tentativo di chiudersi gli occhi davanti allo schermo fingendo che quella possibilità di male non sia mai esistita.

È fittizio rappresentare sempre e solo il candore e la fresca gioventù dell’anima innocente.

Potrebbe succedere in  tal caso di acconsentire alle lusinghe che il nostro lato oscuro inevitabilmente esercita o, ancor peggio, di finire per  rimpiangere di non averlo mai fatto.

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Antonella Bevere

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Catapultata nel mondo del cinema dal fato, lo sceneggiatore ha ben pensato di lasciarmi sentire sempre un po' fuori luogo. Tra i colleghi medici sono 'quella dei film', in ambienti 'festivalieri' sono l'omeopata e l'agopuntore. Ma non importa perché in fondo cinema e medicina non sono poi così diversi. Un bel film può aiutarti a guarire.


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